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Il referendum del 1946

Il referendum che esiliò i Savoia I

By Maggio 8, 2026Maggio 15th, 2026No Comments

Il 9 Maggio 2026 ricorrono 80 anni dall’abdicazione di Re Vittorio Emanuele III e dell’ascesa al Trono del nostro Re Umberto II.

Celebriamo questa data a modo nostro, riportando il testo di uno studio sul referendum di Luigi Cavicchioli, già tanto citato nel sito del Re, diffuso nel 1952 dal Partito Nazionale Monarchico.

Ancora una volta esprimiamo il nostro affetto e la nostra devozione alla memoria del Re che tutto ha sacrificato per il bene dell’Italia.

Re Umberto II, Quirinale, 10 Maggio

Re Umberto saluta il popolo di Roma accorso ad acclamarlo dopo l’abdicazione di Re Vittorio Emanuele III

Il REFERENDUM CHE ESILIÒ I SAVOIA

Ricostruzione obbiettiva e serena degli avvenimenti e degli intrighi che, il 2 giugno 1946, assegnarono la vittoria all’istituto repubblicano.

Sono passati più di sei anni da quando un “S.M. 95” si alzò dall’aeroporto di Ciampino e, dopo avere tracciato un nodo di Savoia nel cielo di Roma, si allontanò verso ovest, portando in esilio Umberto II che era stato luogo tenente del Re per due anni e Re d’Italia per trentacinque burrascosi giorni. Sono passati più di sei anni, ma gli italiani ancora non hanno potuto conoscere tutta la verità sugli avvenimenti che condussero all’instaurazione della repubblica, sui retroscena e gli intrighi che precedettero e seguirono il referendum istituzionale. Ci proponiamo di ricostruire quegli avvenimenti e di svelare molti di quei retroscena.

Almeno una metà degli italiani vide partire il Re, quel lontano 13 giugno 1946, con profondo rimpianto, con la netta sensazione che si stesse commettendo una enorme ingiustizia e che il referendum non fosse stato altro che una amarissima beffa. Oggi tutto lascia supporre che siano assai più della metà più uno gli italiani che vedrebbero con piacere il ritorno del Re, perché l’atmosfera di confusione, di paura, di isterismo del 1946 si è diradata, lasciando il posto a più serene considerazioni.

Se, per ipotesi, si potesse indire oggi stesso un referendum fra i repubblicani, per conoscere quanti di essi sono favorevoli e quanti sono contrari a un secondo referendum istituzionale, si avrebbero senza dubbio delle interessanti sorprese. Non sono pochi, infatti, fra i repubblicani democratici e leali, coloro che, pur decisi a votare nuovamente contro la monarchia, ammettono l’opportunità che vi sia un secondo e più sereno referendum.

Romita, che all’epoca del referendum era ministro degli interni e che è stato chiamato ironicamente “padre della repubblica”, sta scrivendo un libro col proposito di dimostrare che alla monarchia non fu tolto un voto e alla repubblica non fu regalato un voto. Non intendiamo polemizzare, nel corso di questa inchiesta, ma soltanto raccontare dei fatti. Ed è un fatto innegabile che, dall’8 settembre 1943 in poi, partiti e uomini politici non fecero che congiurare, spesso con metodi quanto mai sleali, ai danni della monarchia messa nell’impossibilità di difendersi. I partiti al governo, all’epoca del referendum, erano tutti repubblicani. La stessa democrazia cristiana, i cui uomini in grandissima maggioranza nutrivano più o meno segreti sentimenti monarchici, si dichiarò ufficialmente per la repubblica. Per trovare una spiegazione a questo illogico modo d’agire occorre pensare all’atmosfera di quei giorni. L’estrema sinistra, che si proclamava interprete dei sentimenti popolari, spadroneggiava sulle piazze, intimoriva e assordava il Paese coi suoi furiosi clamori repubblicani. Molti furono tratti in inganno e ritennero che il popolo italiano esigesse realmente la repubblica. La D.C. ebbe paura di diventare impopolare se si fosse schierata dalla parte del Re. Fu un madornale errore di valutazione, perché una D.C. apertamente monarchica non avrebbe avuto certamente meno voti di quanti ne ebbe. Fu un errore dovuto a eccessiva prudenza, un errore al quale si può anche concedere qualche attenuante, ma comunque un errore che confuse le idee a moltissima gente e che ebbe influenza decisiva sull’esito del referendum.

Durante la campagna elettorale, mentre i comizianti. repubblicani potevano impunemente ricorrere a ogni sorta di calunnie, di insulti e di minacce, i rappresentanti della monarchia, esclusi dal C.L.N., non ebbero la possibilità, specialmente al nord, di dire una sola parola chiarificatrice. Dopo la vittoria repubblicana, il conte Sforza ebbe a dire un giorno a un alto ufficiale monarchico: «Il referendum istituzionale è stato una leale vertenza cavalleresca: ha vinto il migliore». L’ufficiale rispose: «Sì, è stato un regolare duello a dieci passi di distanza; ma la repubblica si è battuta alla pistola, mentre la Monarchia disponeva soltanto di una sciabola».