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Il referendum del 1946

Il referendum che esiliò i Savoia II

By Maggio 10, 2026Maggio 15th, 2026No Comments

Re Umberto II, Quirinale, 10 Maggio

Re Umberto saluta il popolo di Roma accorso ad acclamarlo dopo l’abdicazione di Re Vittorio Emanuele III

I trucchi di Romita

I collaboratori di Umberto II sapevano bene tutto ciò e non si facevano illusioni. Lo stesso Re, qualche giorno prima delle elezioni del 1946, disse con tristezza al marchese Falcone Lucifero, ministro della Real Casa:  «Prepariamoci al commiato». Fu una sorpresa per tutti quando, dopo i primi scrutini, si seppe che la monarchia era in testa con una notevole maggioranza di voti. Il 4 giugno 1946 la vittoria del Re sembrava oramai quasi certa. Un generale, trovandosi per caso nell’ufficio di Brosio, allora ministro della guerra e oggi ambasciatore a Londra, udì, nel pomeriggio del 4 giugno, alcune battute di un dialogo telefonico fra Brosio e Ro­mita. Brosio chiese le ultime noti­zie a proposito del referendum. La risposta di Romita fu evidentemen­te pessimistica, perché il ministro della guerra esclamò: «Molto ma­le? Davvero?», e dopo un poco ag­giunse: «Non c’è più nulla da fare?».

Intanto cominciavano a circolare inquietanti notizie circa movimenti di truppe jugoslave alla frontiera e circa oscuri propositi insurrezio­nali dei socialcomunisti. La situa­zione diventava sempre più tesa. Per alcune ore il ministero degli interni non comunicò più notizie riguardanti i risultati degli ultimi scrutini. Poi improvvisamente, du­rante la notte, si sparse la voce che la situazione era capovolta e la repubblica aveva raggiunto una maggioranza oramai difficilmente colmabile. Il giorno dopo i giornali di sinistra uscirono annunciando la vittoria repubblicana, benché nes­sun comunicato ufficiale fosse stato diramato. L’Unità scrisse che il compagno Nenni aveva assicurato al compagno Togliatti che la mo­narchia era stata sconfitta.

La proclamazione ufficiale del­l’esito del referendum spettava sol­tanto, per legge, alla Corte di Cas­sazione che avrebbe dovuto preven­tivamente esaminare il materiale, controllare le cifre, prendere in considerazione gli eventuali ricor­si. Nei giorni seguenti si ebbe un clamoroso colpo di scena. Giuristi di chiara fama contestarono la va­lidità del referendum. Alla Corte di Cassazione non erano stati trasmes­si i dati relativi al numero dei vo­tanti, ma solo quelli che si riferi­vano ai goti validi ottenuti rispet­tivamente dalla repubblica e dalla monarchia. Il numero dei votanti non era più praticamente accertabi­le, perché molti presidenti di seggi elettorali avevano trascurato di in­viare le schede bianche o comun­que quelle annullate, così che la Cassazione non poteva compiere un sicuro accertamento dei voti nulli. La cosa appariva di estrema gravi­tà, poiché la legge sul referendum precisava che la maggioranza dove­va essere costituita dalla metà più uno degli “elettori votanti”, e sta­biliva che ogni presidente di seggio doveva tenere conto anche delle schede annullate.

Enzo Selvaggi presentò un ricor­so alla Corte di Cassazione e, da radio Roma, definì il referendum “una truffa colossale”. Il ministero degli interni rispose ai ricorsi e alle proteste dei monarchici facen­do pressioni presso la Corte di Cas­sazione affinché la proclamazione ufficiale della vittoria repubblicana fosse accelerata al massimo. Si cercò con ogni mezzo di mettere i monarchici di fronte al fatto compiu­to, di impedire che la Corte esami­nasse con calma e serenità il ma­teriale elettorale e prendesse in considerazione i ricorsi. Poiché il primo presidente della Corte di Cassazione, Pagano, cercava di re­sistere alle pressioni, si escogitò persino questo trucchetto inaudito e puerile: il 9 giugno 1946 il segre­tario generale della Camera, Cosen­tino, telefonò a Pagano e gli disse:

«Ho una comunicazione riservatis­sima; non posso parlare per telefo­no; le mando una persona di fidu­cia, Il consigliere Vitali, che le riferirà ». Il consigliere di Cassazione Vi­tali si recò infatti dal presidente Pa­gano e gli disse: « Il Re ha preso una decisione irrevocabile: partirà domani per l’esilio. Prima di partire desidera che la situazione nel Pae­se sia perfettamente normalizzata, quindi la prega di riunire con la massima urgenza la Corte; deside­ra anche che la riunione sia con­clusiva e che entro domani alle do­dici sia proclamata ufficialmente la vittoria della repubblica». Ora, il sovrano attendeva tranquillamente al Quirinale la decisione ufficiale della Corte di Cassazione; non ave­va deciso di partire il giorno suc­cessivo, non aveva inviato nessun messaggio al presidente Pagano. L’incredibile manovra fu scoperta per caso da Falcone Lucifero, che minacciò uno scandalo e volle risa­lire all’origine di quella meschina faccenda. Telefonò a De Gasperi, che era a Castelgandolfo. De Gasperi si mostrò mortificato e disse: «Non posso allontanarmi un mo­mento che mi combinano qualche pasticcio». Lucifero avvertì quin­di Arpesani, allora sottosegretario alla presidenza del consiglio e ora ambasciatore a Buenos Aires; Arpesani telefonò immediatamente a Pagano avvertendolo che la comu­nicazione del consigliere Vitali non andava tenuta in considerazione. Lo stesso Arpesani poté anche, più tardi, comunicare a Lucifero: «L’i­dea è partita da Romita; è stato lui a incaricare Cosentino, il quale dice di avere agito in buona fede. Cosentino mi ha confidato questo racco­mandandosi che la cosa resti fra noi».