Re Umberto saluta il popolo di Roma accorso ad acclamarlo dopo l’abdicazione di Re Vittorio Emanuele III
I trucchi di Romita
I collaboratori di Umberto II sapevano bene tutto ciò e non si facevano illusioni. Lo stesso Re, qualche giorno prima delle elezioni del 1946, disse con tristezza al marchese Falcone Lucifero, ministro della Real Casa: «Prepariamoci al commiato». Fu una sorpresa per tutti quando, dopo i primi scrutini, si seppe che la monarchia era in testa con una notevole maggioranza di voti. Il 4 giugno 1946 la vittoria del Re sembrava oramai quasi certa. Un generale, trovandosi per caso nell’ufficio di Brosio, allora ministro della guerra e oggi ambasciatore a Londra, udì, nel pomeriggio del 4 giugno, alcune battute di un dialogo telefonico fra Brosio e Romita. Brosio chiese le ultime notizie a proposito del referendum. La risposta di Romita fu evidentemente pessimistica, perché il ministro della guerra esclamò: «Molto male? Davvero?», e dopo un poco aggiunse: «Non c’è più nulla da fare?».
Intanto cominciavano a circolare inquietanti notizie circa movimenti di truppe jugoslave alla frontiera e circa oscuri propositi insurrezionali dei socialcomunisti. La situazione diventava sempre più tesa. Per alcune ore il ministero degli interni non comunicò più notizie riguardanti i risultati degli ultimi scrutini. Poi improvvisamente, durante la notte, si sparse la voce che la situazione era capovolta e la repubblica aveva raggiunto una maggioranza oramai difficilmente colmabile. Il giorno dopo i giornali di sinistra uscirono annunciando la vittoria repubblicana, benché nessun comunicato ufficiale fosse stato diramato. L’Unità scrisse che il compagno Nenni aveva assicurato al compagno Togliatti che la monarchia era stata sconfitta.
La proclamazione ufficiale dell’esito del referendum spettava soltanto, per legge, alla Corte di Cassazione che avrebbe dovuto preventivamente esaminare il materiale, controllare le cifre, prendere in considerazione gli eventuali ricorsi. Nei giorni seguenti si ebbe un clamoroso colpo di scena. Giuristi di chiara fama contestarono la validità del referendum. Alla Corte di Cassazione non erano stati trasmessi i dati relativi al numero dei votanti, ma solo quelli che si riferivano ai goti validi ottenuti rispettivamente dalla repubblica e dalla monarchia. Il numero dei votanti non era più praticamente accertabile, perché molti presidenti di seggi elettorali avevano trascurato di inviare le schede bianche o comunque quelle annullate, così che la Cassazione non poteva compiere un sicuro accertamento dei voti nulli. La cosa appariva di estrema gravità, poiché la legge sul referendum precisava che la maggioranza doveva essere costituita dalla metà più uno degli “elettori votanti”, e stabiliva che ogni presidente di seggio doveva tenere conto anche delle schede annullate.
Enzo Selvaggi presentò un ricorso alla Corte di Cassazione e, da radio Roma, definì il referendum “una truffa colossale”. Il ministero degli interni rispose ai ricorsi e alle proteste dei monarchici facendo pressioni presso la Corte di Cassazione affinché la proclamazione ufficiale della vittoria repubblicana fosse accelerata al massimo. Si cercò con ogni mezzo di mettere i monarchici di fronte al fatto compiuto, di impedire che la Corte esaminasse con calma e serenità il materiale elettorale e prendesse in considerazione i ricorsi. Poiché il primo presidente della Corte di Cassazione, Pagano, cercava di resistere alle pressioni, si escogitò persino questo trucchetto inaudito e puerile: il 9 giugno 1946 il segretario generale della Camera, Cosentino, telefonò a Pagano e gli disse:
«Ho una comunicazione riservatissima; non posso parlare per telefono; le mando una persona di fiducia, Il consigliere Vitali, che le riferirà ». Il consigliere di Cassazione Vitali si recò infatti dal presidente Pagano e gli disse: « Il Re ha preso una decisione irrevocabile: partirà domani per l’esilio. Prima di partire desidera che la situazione nel Paese sia perfettamente normalizzata, quindi la prega di riunire con la massima urgenza la Corte; desidera anche che la riunione sia conclusiva e che entro domani alle dodici sia proclamata ufficialmente la vittoria della repubblica». Ora, il sovrano attendeva tranquillamente al Quirinale la decisione ufficiale della Corte di Cassazione; non aveva deciso di partire il giorno successivo, non aveva inviato nessun messaggio al presidente Pagano. L’incredibile manovra fu scoperta per caso da Falcone Lucifero, che minacciò uno scandalo e volle risalire all’origine di quella meschina faccenda. Telefonò a De Gasperi, che era a Castelgandolfo. De Gasperi si mostrò mortificato e disse: «Non posso allontanarmi un momento che mi combinano qualche pasticcio». Lucifero avvertì quindi Arpesani, allora sottosegretario alla presidenza del consiglio e ora ambasciatore a Buenos Aires; Arpesani telefonò immediatamente a Pagano avvertendolo che la comunicazione del consigliere Vitali non andava tenuta in considerazione. Lo stesso Arpesani poté anche, più tardi, comunicare a Lucifero: «L’idea è partita da Romita; è stato lui a incaricare Cosentino, il quale dice di avere agito in buona fede. Cosentino mi ha confidato questo raccomandandosi che la cosa resti fra noi».
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