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Il referendum del 1946

Il referendum che esiliò i Savoia III

By Maggio 15, 2026Maggio 27th, 2026No Comments

Re Umberto II, Quirinale, 10 Maggio

Re Umberto saluta il popolo di Roma accorso ad acclamarlo dopo l’abdicazione di Re Vittorio Emanuele III

Un colpo di Stato

Comunque, se in seguito all’ener­gico atteggiamento di Falcone Luci­fero fu disdetta l’arbitraria convo­cazione della Corte di Cassazione per la mattina del 10 giugno, la seduta fu tenuta, sempre per pres­sioni del governo, il pomeriggio di quello stesso giorno. Ne diede co­municazione telefonica De Gasperi a Falcone Lucifero. Ma la rela­zione della Corte, letta da Pagano con voce monotona e freddissima, non proclama vittoriosa la repub­blica; si limita a fornire i risultati “secondo quanto attestano i ver­bali”: 12.672.767 voti per la repub­blica; 10.668.305 voti per la mo­narchia. La Corte inoltre fa le se­guenti riserve: primo, mancano i risultati di 118 sezioni; secondo, do­vranno essere esaminati ricorsi, proteste, contestazioni; terzo, resta da indicare il numero complessivo degli elettori votanti e dei voti nul­li. La Corte non aggiunge altro. La seduta è tolta. La repubblica ha vinto? La monarchia è caduta? La Corte ha evitato di dare per ora una risposta precisa. Solo 16 giorni dopo il referendum, e cioè il 18 giugno, la Cassazione, quando non aveva più altra via d’uscita poiché la repubblica era già stata procla­mata arbitrariamente dal governo, e Umberto, per evitare spargimen­to di sangue, era partito per l’esilio da cinque giorni, solo allora an­nuncerà questi dati “definitivi”: monarchia 10 milioni 719.284 voti, repubblica 12 milioni 717.923 e un milione e 498.136 voti nulli.

Il 12 giugno, e quindi sei giorni prima che la Cassazione parlasse, il consiglio dei ministri, al termine di una lunga seduta proclama che è da considerarsi instaurato  un regime transitorio durante il quale, fino a quando l’assemblea costituen­te non abbia nominato il capo prov­visorio dello Stato, la funzione di capo dello Stato medesimo spetta ope legis al presidente del consiglio in carica ».

Negli ambienti monarchici la di­chiarazione del consiglio dei mini­stri viene subito definita “un vero e proprio colpo di Stato”. Che co­sa farà il Re? Che cosa farà l’eser­cito, che cosa faranno i carabinieri fedeli al Re e pronti a eseguire ogni suo ordine? Umberto II non ha un attimo di esitazione. Decide di par­tire immediatamente per l’esilio; prima della partenza indirizza un proclama agli italiani. Il proclama affermava fra l’altro: • Improvvisa­mente, questa notte, in spregio alle leggi e al potere indipendente e so­vrano della magistratura, il gover­no ha compiuto un gesto rivoluzio­nario, assumendo con atto unilate­rale ed arbitrario poteri che non gli spettano e mi ha posto nell’al­ternativa di provocare spargimen­to di sangue o di subire la violen­za » ;  e più avanti: • Non volendo opporre la forza al sopruso, né ren­dermi complice dell’illegalità che il governo ha commesso, io lascio il suolo del mio Paese, nella speranza di scongiurare agli italiani nuovi lutti e nuovi dolori »; il proclama concludeva: • Si considerino sciolti dal giuramento di fedeltà al Re, non da quello verso la Patria, co­loro che vi hanno tenuto fede attraverso tante durissime prove. Ri­volgo il pensiero a quanti sono caduti nel nome d’Italia ed il mio saluto a tutti gli italiani. Qualunque sorte attenda il nostro Paese, esso potrà sempre contare su di me co­me sul più devoto dei suoi figli. Viva l’Italia. Roma, 13 giugno 1946. Umberto

Gli ufficiali e i soldati dell’eser­cito italiano, obbedendo all’ordine del Re, portarono le armi al piede. È certo che se Umberto avesse de­ciso di opporsi alle decisioni del governo, l’esercito e i carabinieri avrebbero fatto ricorso alla forza. L’azione monarchica avrebbe avuto il sopravvento al sud con relativa facilità. Al nord i comunisti che possedevano colossali depositi di armi avrebbero presumibilmente controllato la situazione. L’Italia si sarebbe trovata di nuovo divisa in due, dilaniata da lotte fraterne. Gli italiani, di qualsiasi tendenza poli­tica, non possono non essere grati a Umberto per la sua decisione, ispirata da saggezza e amore di Patria.

Sciolto dal giuramento di fedeltà al Re, l’esercito italiano ha conti­nuato a servire fedelmente la Pa­tria, anche se, per colmo di ironia, è stato posto agli ordini del mini­stro Pacciardi, leader del partito repubblicano (il quale, detto per inciso, ha anche degli indiscutibili meriti, e si batte con coraggio sul fronte di tutti gli italiani, contro il nemico comunista). Il nostro eser­cito continuerà a servire con assoluta lealtà la Patria repubblicana, ma attende, come del resto la gran­de maggioranza del popolo italiano, che un secondo, inevitabile, sereno referendum istituzionale restituisca il trono ai Savoia oppure conferi­sca dignità e prestigio alla repub­blica dissipando le grevi ombre del giugno 1946.