Skip to main content
UncategorizedIl referendum del 1946

Il referendum che esiliò i Savoia IV

By Maggio 27, 2026No Comments
Re Umberto II, Quirinale, 10 Maggio

Re Umberto saluta il popolo di Roma accorso ad acclamarlo dopo l’abdicazione di Re Vittorio Emanuele III

La “fuga a Pescara”

Nel corso della nostra inchiesta approfondiremo l’indagine sui trentacinque burrascosi giorni del regno di Umberto e sulle drammatiche ore che seguirono il referendum. Ma, per dare un quadro completo degli avvenimenti e dei retroscena che prepararono ai Savoia la strada dell’esilio, dobbiamo ora rifarci all’8 settembre ’43. Per non cadere nelle mani dei tedeschi, Badoglio, il Re Vittorio Emanuele III e il Principe Umberto furono costretti a lasciare Roma, portando il governo al sud. Quella partenza fu chiamata ingiustamente “la fuga a Pescara”. Il Re e il principe furono accusati di avere tradito e abbandonato il popolo italiano nel momento del pericolo. L’accusa è quanto mai assurda e ingiusta. Se i sovrani fossero caduti nelle mani dei tedeschi non sarebbe stato più possibile costituire un governo e organizzare un esercito italiano da affiancare agli alleati nella guerra di liberazione; l’Italia sarebbe stata irrimediabilmente una nazione disfatta, senza possibilità di riscatto, senza speranze per il futuro. Portando al sud un governo legittimo il sovrano si proponeva di salvare il salvabile, di tutelare la nostra dignità nazionale di fronte agli alleati. Il principe Umberto, dal canto suo, intendeva riordinare le file dell’esercito italiano per dare un concreto contributo alla lotta contro i tedeschi e poter trattare da pari, dopo il conflitto, con le potenze vincitrici. Del resto, nel fatto che i reali abbandonassero la capitale minacciata dal nemico, non c’era nulla di disonorevole o inusitato. Quasi tutti i Re o presidenti di repubblica europei hanno fatto altrettanto durante l’ultima guerra mondiale. Sotto la minaccia tedesca “fuggirono” dalla capitale o addirittura dal loro Paese, il presidente della repubblica polacca nel settembre ’43, il Re di Norvegia, la Regina d’Olanda, il presidente della repubblica francese nella primavera del ’40, come aveva fatto, nel 1914, il presidente Poincaré. Nel ’41 la stessa sorte toccò al Re di Jugoslavia e al Re di Grecia, e, infine, al maresciallo Stalin, che si trasferì da Mosca a Nubisceva, quando Mosca fu minacciata. Per questo, re e presidenti di repubblica non furono accusati di avere tradito e abbandonato i loro popoli, e molti di essi ricevettero accoglienze trionfali quando poterono tornare nelle vecchie capitali. Anzi, dei due re che rimasero nel loro Paese invaso, Cristiano X di Danimarca e Leopoldo del Belgio, il secondo fu appunto per questo accusato dopo la guerra, in particolar modo dai socialisti e dai comunisti, di collaborazionismo coi nazisti, e non poté rientrare in Belgio che nel 1951 per abdicare a favore del figlio. Ma agli uomini politici dell’antifascismo che, mentre continuava la guerra e la situazione del nostro Paese si faceva sempre più tragica, già pensavano a manovrare con astuzia per non compromettere il loro personale avvenire, faceva comodo additare al popolo i Savoia, contro i quali avevano cominciato a congiurare, come traditori e fuggiaschi.

A Brindisi Badoglio aveva messo insieme il cosiddetto “governo dei sottosegretari”, poiché i ministri, esclusi quelli dell’esercito, della marina e dell’aviazione, non avevano fatto in tempo a lasciare Roma. Gli uomini nuovi, gli uomini dei partiti, particolarmente Croce e Sforza, benché ripetutamente supplicati, rifiutarono sdegnosamente di entrare a far parte del governo Badoglio: non intendevano “compra mettersi” collaborando con la monarchia. Nel gennaio ’44 ebbe luogo il congresso di Bari, durante il quale gli uomini dei partiti decisero che occorreva costringere Vittorio Emanuele III ad abdicare, ma bisognava anche impedire che Umberto salisse al trono. Sforza, Croce e altri che ostentavano una certa benevolenza nei confronti dell’istituzione monarchica, lanciarono l’idea di una “reggenza civile”: il piccolo Vittorio Emanuele IV avrebbe dovuto essere Re, mentre un uomo di partito, assumendo la carica di reggente, sarebbe diventato in pratica il vero capo dello Stato. A quell’epoca un alto ufficiale americano chiese un giorno a un ufficiale italiano: “Ma perché tutti indistintamente i vostri uomini politici vogliono la testa di Vittorio Emanuele III e, ciò che più mi sorprende, del principe Umberto, che è un bravo giovane e un magnifico soldato?”. L’ufficiale italiano rispose: ” I repubblicani, perché ognuno di essi aspira a diventare presidente della repubblica; i monarchici, perché ognuno di essi sogna di diventare reggente”.