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I Savoia nella Bufera di Giorgio Pillon

I Savoia nella Bufera. Parlano i testimoni – di Giorgio Pillon – 1958 – 3

By Aprile 14, 2020Gennaio 24th, 2022No Comments

50 OSPITI AL CASTELLO DI CRECCHIO

Il tragico destino della residenza estiva dei duchi di Rovino

Umberto chiede ospitalità per i genitori e per il seguito

Calorosa manifestazione della popolazione

Le fatiche del cuoco per i tre turni della colazione

“C’era proprio bisogno di arrestare Mussolini?”, chiese la duchessa a Badoglio, il quale non rispose

Il maggiore Campello disse al Principe di Piemonte: “Altezza, torni a Roma ad ogni costo. Ma i sovrani non lo permisero

Inquietudine all’aeroporto di Pescara

Fiorentina era una cameriera veramente chic, come a Crecchio nessun, aveva mai visto. La si sarebbe potuta facilmente scambiare – così almeno pensavano molti in paese – per una gran signora. Invece la vera dama donna era donna Antonia De Riseis, duchessa di Bovino. Proprietario del castello che sorgeva all’ingresso dell’abitato, Peppino di Scipio sorride compiaciuto del ricordo, poi continua: «Fiorentina mi lasciava qualche volta entrare nel castello. Prima però voleva che io mi togliessi le scarpe perché non avessi a sporcare il parquet. Chissà che direbbe oggi Fiorentina se vedesse il “suo” castello ridotto in questo modo.
Peppino di Scipio é il proprietario di un laboratorio di falegnameria sistemato alla meno peggio negli unici due vani che ancora restano di quello che fu il castello dei duchi di Bovino a Crecchio in provincia di Chieti: sono naturalmente, le cantine, le sole che abbiano resistito alle mine tedesche, i bombardamenti alleati e ai vandalismi perpetrati dagli stessi abitanti del posto. Perché un tragico destino si è abbattuto in quella che era la residenza estiva dai duchi di Bovino, improvvisamente divenuta celebre per aver ospitato il 9 settembre 1943 Vittorio Emanuele III, la Regina, il Principe Ereditario il maresciallo Badoglio, l’ammiraglio De Courten, il generale Sandalli, allora ministro dell’aeronautica, il generale Puntoni primo aiutante di campo del Re, numerosi altri ufficiali superiori per un totale di circa cinquanta persone.

Oggi di quel castello non restano che i ruderi tristi come sono tristi tutte le cose morte, inutili come sono inutili quei castelli diroccati che non possono neppure vantare antiche origini.

Era una fiera torre duecentesca

Il castello di Crecchio, sorse incorporando una vecchia torre, cosiddetta dell’olivo, una fiera torre duecentesca che doveva dominare, a difesa, tutta la stupenda vallata percorsa dall’Arielli, un modesto fiume più torrente che corso d’acqua normale. Attorno a questa torre Giovanni De Riseis duca di Bovino costruì il suo castello. Egli abitava per la maggior parte dell’anno a Napoli dove ricopriva non pochi carichi. Fu infatti il primo podestà di Napoli e uno dei più attivi presidenti del Circolo dell’Unione. La moglie sua, donna Antonia, dama di Palazzo della Regina Elerna fu a sua volta, per 33 anni, presidentessa della Croce Rossa ed una delle signore più colte e più spigliate della società partenopea.

I duchi di Bovino avevano cominciato nel 1920 a passare diversi mesi all’anno in Abruzzo, perché i De Riseis erano imparentati con alcuni proprietari terrieri della zona di Chieti e di Lanciano. Nel 1926 era stato ospite dei duchi il Principe Ereditario, affettuosamente accolto dall’intera cittadinanza che aveva voluto improvvisargli una manifestazione di simpatia protrattasi fino a notte inoltrata con cori e serenate.
Umberto di Savoia era tornato altre due volte, Crecchio nel 1930 e nel 1932. Questa volta in compagnia della Principessa di Piemonte. Il ricordo di quei sereni soggiorni dovette affiorare improvvisamente nella mente del Principe la mattina del 9 settembre 1943 quando, al bivio di Chieti Scalo fu raggiunta la Fiat 2800 che trasportava verso Pescara il Re, la Regina e il generale Puntoni, primo aiutante di campo del sovrano. Fu proprio Umberto di Savoia ad osservare che invece di attendere il duca Acquarone (che era stato mandato a Pescara in avanguardia) sarebbe stato più prudente lasciare la strada nazionale. Propose di andare a Crecchio dai duchi di Bovino, un posto sicuro e fuori dalle strade percorse eventualmente da colonne germaniche.

Umberto chiede ospitalità

Il Re aveva approvato la proposta. Cosi mentre il tenente colonnello De Buzzaccarini, aiutante di campo di servizio rimaneva nei pressi del bivio per indicare la strada alle altre macchine del seguito che stavano per sopraggiungere. L’Alfa Romeo del Principe di Piemonte cominciò a salire la collina per una strada tutta curve, tutta buche, polverosa verso Bucchianico, Pretoro, Guardiagrele, Orsogna. Quasi contemporaneamente partì la Fiat 2800 del Sovrani condotta dall’autista Giovanni Baraldi.
Un’occhiata ad una carta geografica fa subito comprendere anche a chi non è pratico dei luoghi che si sarebbe abbreviato il viaggio di almeno 50 chilometri se l’autocolonna reale avesse deviato molto prima, subito dopo Scafa, al bivio che porta verso Manoppello. Ma la decisione di andare a Crecchio venne presa all’ultimo momento. Una strada ancora più breve, infine, avrebbe potuto essere percorsa passando da Ripa Teatina, Miglianico, Tollo, Villa Grande. Ma l’eccessiva vicinanza alla costa adriatica sconsigliò forse questo itinerario.
Questa fu l’ultima parte di un viaggio che in seguito molti si ostineranno a chiamare la fuga di Pescara, un viaggio massacrante che era iniziato alle 5,10 del mattino dalla Capitale già minacciata dalle prime colonne tedesche. La Regina era la più stanca. La più sofferente. Ma non si lagnava. Sorrideva, invece, tristemente quando il Re le rivolgeva la parola a le toccava, con delicata cortesia, una mano per indicarle un paese annidato sul cucuzzolo di un monte o un casolare seminato lungo la valle.
A Crecchio la piccola autocolonna giunse verso le 10,30. Il principe scese dalla macchina e, accompagnato dal suo ufficiale di ordinanza, maggiore Campello, si incamminò verso il vialone che conduceva al castello del duchi Di Bovino. Due ragazzi stavano giocando, Campello, che conosceva benissimo i duchi perché donna Antonia era stata amica di sua madre, li riconobbe: erano Giovanni e Luigi Cafiero, nipoti dei proprietari del Castello. Li chiamò e disse a loro: «Correte ad avvisare la nonna che c’è sua Altezza , i due ragazzi sgranarono gli occhi, osservarono per un attimo il Principe di Piemonte, poi scapparono a gambe levate, chiamando forte: Nonna!Nonna!».

Sono successe brutte cose

Donna Antonia apparve sul portone. Era ancora in vestaglia e per poco non svenne dall’emozione. Si chinò, con un inchino come solo a Corte si usava fare e bisbigliò: «Altezza Reale quale onore».
Tra sé il maggiore Campello osservò: «Ora vedrà, cara duchessa, che cosa le capita addosso! ».
Umberto di Savoia baciò la mano alla anziana nobildonna (la duchessa aveva a quell’epoca 62 anni) e disse piano, quasi sottovoce Sono successe brutte cose; ci sono anche mio padre e mia madre». Donna Antonia De Riseis parve aver perduto improvvisamente la parola, colpita non solo perché le veniva annunciata la visita dei Sovrani, ma perché era la prima volta che sentiva il Principe di Piemonte accennare al suoi genitori chiamandoli non come era solito fare «le loro Maestá», bensì «mio padre » e «mia madre».
Pochi istanti dopo giungeva la macchina condotta da Baraldi. Il generale Puntoni fu il primo a scendere. Aprì, lo sportello posteriore ed aiutò la Regina ad uscire dalla macchina. Donna Antonia conosceva benissimo il generale Puntoni, ma non lo aveva mai visto in borghese. Stentò a riconoscerla. Un attimo dopo la nobildonna napoletana correva incontro alla sua Regina. Le due Signore si scambiarono un lungo affettuoso abbraccio.
Alle 10 e 45 di quell’agitato mattino di settembre gli ospiti di donna Antonia erano saliti a 50. Nel castello regnava una agitazione facilmente comprensibile. Donna Antonia correva ora qua ora là mentre faceva, preparare la foresteria che era ampia perché comprendeva dieci stanze. La duchessa riservò immediatamente due camere per il Re e per la Regina ma Vittorio Emanuele osservò subito con simpatica semplicità «A noi ne basta una». Un’altra stanza fu immediatamente preparata per il Principe e una terza per Badoglio. Gli altri si arrangiarono alla meglio.

La regina parla di Mussolini

Intanto i tremiladuecento abitanti di Crecchio si erano quasi tutti riversati per le strade. Qualcuno sulle prime, aveva gridato: « Ci sta lu Re! Viva lu Re! Ben presto però gli altri avevano osservato: Poveri noi fra poco avremo sulla testa gli aeroplani alleati, avremo alle costole le le SS di Hitler,! Mo’ arrivano le bombe! Intanto si era sparsa la voce che con il Re era anche il Principe di Piemonte. Allora gli animi si rasserenarono.

Gli abitanti di Crecchio ricordavano ancora con affetto le tre precedenti visite in paese di Umberto. Il principe con la sua signorilità e con la sua affabilità era riuscito a mandare in visibilio tutti e a conquistare le simpatie generali. Basta dunque la notizia della sua presenza perché molti corressero al Castello e cercassero di improvvisare una calorosa manifestazione, subito però sconsigliata dai duchi di Bovino con queste parole: «State calmi; lasciate i Reali riposare ».
Intanto il cuoco napoletano Alfredo, il fattore Sebastiano Falconi e le domestiche Fiorentina e Rosaria si davano da fare per preparare il pranzo per tutta quella gente. Vennero ammazzati una trentina, di polli e messo sul fuoco un enorme pentolone che ricordava stranamente le marmitte dei soldati.
Donna Antonia (mentre i suoi ospiti si rinfrescavano il viso e si mettevano un pò in libertà) si accorse, che alla Regina mancava il bagaglio. Infatti la macchina della Real Casa che trasportava le valigie dei Sovrani si era perso, come già abbiamo narrato nel nostro numero precedente, subito dopo Tivoli. La duchessa allora offerse un po’ di biancheria e una vestaglia. Poi pensò al pranzo. Decise anzi di fare come si usa nelle vetture ristoranti o sulle navi quando i passeggeri sono più numerosi del previsto. Preparò tre turni. Intanto lei ed il marito si facevano in quattro perché gli illustri ospiti non avessero a mancare di nulla. Portando in camera di Badoglio un asciugamano (la duchessa non poteva certo aspettare che le sue domestiche arrivassero a servire tutti), donna Antonia chiese al maresciallo: «Eccellenza, che ne è di Mussolini?» , Badoglio rispose: «A quest’ora lo avranno già liberato », «Ma aveva tradito Sua Maestá? Occorreva proprio arrestarlo?», tornò a domandare con una insistenza non certo diplomatica donna Antonia. Badoglio non rispose. Alzò le spalle e brontolò qualcosa che la duchessa non comprese. Più tardi donna Antonia rivolse le stesse domande alla Regina. Elena di Savoia rispose in francese (adoperava a volte questa lingua a lei più familiare ancora dell’italiano con le sue dame di Corte): « Il vous a été fidel pendant vingt ans…». E c’era nella sua voce una profonda tristezza.

Il cuoco si commuove

Alle dodici in punto il primo turno preparato dalla duchessa era pronto. A tavola sedettero con i padroni di casa il Re, la Regina il Principe di Piemonte, il maresciallo Badoglio, il generale Puntoni. Nessuno aveva voglia di parlare. La Regina assaggiò appena un po’ di brodo. Lo stesso fece il Principe di Piemonte. Il Re e Badoglio  mangiarono di buon appetito e la cosa stupì non poco donna Antonia che conosceva la straordinaria frugalità del nostro Re. Vittorie Emanuele elogiò, il pane: « Era tanto tempo », disse, «che avevo voglia di mangiare del pane casareccio. Questo poi é proprio buono. Ed eccellente è anche questo pollo».
L’elogio del Sovrano venne udito dalla cameriera Fiorentina che serviva a tavola e immediatamente riferito a don Alfredo, il vecchio cuoco napoletano. Don Alfredo si commosse fino alle lacrime e ad un certo momento fece capolino in sala da pranzo facendo inorridire di sdegno donna Antonia e destando l’interesse di tutti. Don Alfredo si mise il suo berrettone bianco e piangendo disse al Re: «Maestá, scusatemi, chisto é ‘o jorno cchiú bbello a’, vita mia!». Il Re sorrise.
Servito il caffé fu immediatamente sgombrata la sala da pranzo e di nuovo stesa altra tovaglia e preparato altro vasellame. Il secondo turno vide riuniti a tavola i ministri Sandalli, De Courten, il generale Gamerra, i maggiori Campello e Litta, il tenente colonnello Valenzano, segretario di Badoglio e numerosi altri ospiti di cui donna Antonia non ricorda ormai più i nomi né la fisionomia. Poi fu successivamente preparato il «terzo turno», mentre gli autisti mangiavano, alla meglio, nel giardino prospiciente il Castello.
I sovrani nel frattempo si erano ritirati nella loro camera. Donna Antonia (che dopo la morte del marito e la distruzione del suo castello di Crecchio vive sola a Roma in Viale Libia, a pochi passi dall’appartamento occupato da donna Rachele Mussolini) ricorda un altro piccolo episodio: la serena tranquillità dei due vecchi Sovrani finalmente liberi di assaporare, nell’accogliente silenzio di una camera un po’ di riposo.
Intanto da Pescara il ministro Acquarone aveva fatto sapere che laggiù la situazione era tranquilla e l’aeroporto libero, saldamente presidiato da duemila avieri. Il Re venne subito informato di quella notizia e, dopo essersi consultato con Badoglio, decise di ripartire.

Versioni differenti

Donna Antonia precisa che questo avvenne verso 1e 14 ma il racconto che la nobildonna ci ha fatto ha non pochi punti di contrasto con la breve narrazione che a quella giornata dedica il generale Puntoni nelle sue memorie. Né questo è l’unico punto discordante tra 1a due versioni. Afferma, per esempio il primo aiutante di campo generale del Re che l’ammiraglio De Courten ed i generali Sandalli ed Ambrosio non giunsero mai a Crecchio ma si fermarono a1ll’aeroporto di Pescara in attesa dell’arrivo dei Sovrani, Donna Antonia, invece, ci ha raccontato: «De Courten poté trovare la corvetta Baionetta utilizzando il mio telefono. Appena il ministro della Marina giunse nel mia castello chiese subito se si poteva telefonare. A Crtecchio non c’era che un solo Telefono, il mio, collegato però solamente con  la stazione dei Cacabinieri di Ortona a Mare. Era stata questa una cordiale e simpatica facilitazione che l’Arma aveva voluto usare a mio marito. Fu dunque servendosi del mio telefono che De Courten poté chiamare la corvetta “Baionetta” e più tardi l’incrociatore Scipione l’Africano.
La notevole differenza che si può riscontrare tra le citate due versioni non deve meravigliare. Gli avvenimenti di quelle dolorose giornate settembrine sono passati da 15 anni e non è facile poterli seguire con esattezza. Troppe sono le versioni discrordanti che di continuo seguitano a fornire alcuni testimoni preoccupati di far risaltare, un determinato episodio che magari viene negato da altri.
Comunque siano andate le cose la partenza da Crecchio avvenne in un clima triste. Donna Antonia De Riseis, duchessa di Bovino, vedendo partire i reali pianse. La regina abbracciò la fedele dama di corte bisbigliando: «Che Iddio ci aiuti! Chissà quando ci rivedremo!»
Poche ore dopo, invece, il Re, la Regina, il Principe e quasi tutte le alte personalità che avevano seguito i reali in quell’affrettato trasferimento, erano di nuovo a Crecchio. Che cosa era accaduto? A Pescara il Re aveva saputo che la corvetta Baionetta” non sarebbe giunta prima della nove di sera. Il Sovrano allora aveva, accettato il consiglio di tutti: poiché era estremamente pericoloso seguitare ad attendere all’aeroporto (che poteva da un momento all’altro essere occupato dal tedeschi, come era avvenuto poche ore prima per quello dell’Aspio presso Ancona) fu stabilito che l’imbarco sarebbe stata spostato a Ortona a Mare e che le operazioni necessarie saebbero cominciate, verso le undici di sera. Eco dunque meglio tornare a Crecchio.
Così donna Antonia de Riseis vide di nuovo tornare i suoi ospiti che credeva invece partiti per chissà mai dove. La duchessa immediatamente ordinò che si tirasse il colto ad altri polli, mentre faceva preparare la sala da pranzo per gli ormai soliti tre turni della cena ma i Sovrani invece, preferirono, ritirarsi nella loro stanza e riposare fin verso le dieci di sera.
Intanto nel cortile del Castello il Principe di Piemonte aveva iniziato una vivace discussione con il generale Gamerra e il maggiore Campello. Donna Antonia si trovò a passare e udì Campello dire: «Altezza Reale, torni a Roma a tutti i costi ».
Umberto di Savoia guarda affettuosamente il suo aiutante di campo. Poi rispose:«Campello, in casa Savoia si regna uno per volta. Noi dobbiamo ubbidire agli ordini del Re» .
Donna Antonia prese coraggio suo malgrado, e tentando di baciare una mano al principe, disse con le lacrime agli occhi: «Altezza Reale io l’adoro e Vostra Altezza lo sa. Ma torni a Roma…»

Il Principe Ereditario chiede ancora di tornare a Roma

Questo secondo intervento parve scuotere ancora di più il Principe. rivoltosi al generale Gamerra , disse: «Cercheremo nuovamente di convincere Sua Maestà a lasciarci fare il viaggio per conto nostro in aereo. Vuoi dire che invece di andare a Brindisi ci dirigeremo verso Roma».
Umberto domandò allora a donna Antonia dove fosse il Re. «E’ nel salottino», disse la duchessa. Il Principe lasciò subito il cortile. Tornò poco dopo triste, preoccupato. «Il Re vuole che noi partiamo con lui, per mare», disse. Poi aggiunse a voce bassa: «Soprattutto mia madre insiste ..»
Nessuno ebbe più il coraggio di dare al Principe altri consigli. Poco prima delle dieci di sera gli autisti cominciarono a preparare le macchine. Una ventina in tutto, perché nel frattempo da Roma era arrivata altra gente. Con delle torce improvvisate si illuminò la corte d’onore del castello e lo spiazzo antistante mentre gli abitanti di Crecchio convinti che quella fiaccolata avrebbe finito per richiamare aerei nemici scappavano per i campi.
Fu una partenza ancora più triste ancora più tragica di quella pomeridiana, resa persino sinistra dai bagliori delle torce fumose e da una certa confusione che preannunciò il muovere delle prime macchine. Da Crecchio, a Ortona a Mare non sono che quindici chilometri. Il breve tragitto venne compiuto piano a causa della oscurità e della strada stretta e tutta buche. Osservando le macchine del suo seguito il Re disse alla duchessa, nell’atto di congedarsi: «Ma tutta questa gente dove troverà posto se la nave che attendiamo è un guscio di noce? ».
Vittorio Emanuele ignorava che ad Ortona a Mare avrebbe trovato altre duecento persone impazienti di imbarcarsi con lui. Né poteva supporre che tutta quella folla disordinata (formata da ufficiali in gran parte in borghese) sarebbe stata la protagonista di uno spettacolo increscioso: un vero e proprio arrembaggio alla corvetta che minacciò persino, a causa dell’eccessivo suo carico, di sbandare nelle, acque del porto.