Umberto, dopo tanti e tanti eventi che si sono succeduti da quel lontano e drammatico 8 giugno del 1946, è apparso adesso profondamente cambiato: come se fosse sempre preso da un suo segreto tormento
Cascais, giugno
Quando ad Umberto di Savoia domandai se un giorno si sarebbe mai potuto sapere la vera e intima storia del suo otto giugno, giorno in cui in seguito al risultato della consultazione elettorale prese la decisione di lasciare l’Italia senza attendere il verdetto della Corte di Cassazione, mi sentii rivolgere un’occhiata breve e penetrante. Poi Umberto di Savoia ebbe un sorriso nervoso, si strinse con un gesto abituale la mano destra nella sinistra e come io insistetti su quel «vera” precisando che ciò che si vorrebbe conoscere sono i suoi sentimenti d’allora, le sue reazioni, la lotta psicologica, lo stato del suo animo, quel conflitto interno che tutti immaginano ma tutti ignorano nelle sue vere e reali proporzioni e che egli ha saputo ben celare sul suo volto abbronzato e marmoreo, egli mi lanciò un’altra rapida occhiata e sviando il discorso disse: «E’ già stato detto tutto, molto è vero ed esatto, molto no. Però fino ad ora non mi pare sia apparsa e non solo in Italia una storia completa di tutti quegli avvenimenti, vagliata e meditata, basata su fonti ineccepibili e scritta da uno storico. Ci vuol del tempo» aggiunse con un sorriso a mezza bocca facendo intendere che nonostante sull’argomento siano stati scritti oramai centinaia di volumi tutti sono ancora nel campo della cronaca parziale e mai obiettiva e lontani dalla «storia ».
Undici anni dopo
Sono oramai passati undici anni da quel giorno e colui che fu battezzato «Re di Maggio», colui che lasciò il trono dei suoi avi alla nascente Repubblica, m’è apparso profondamente mutato.
Gli italiani, monarchici e conservano di lui un ricordo preciso, un’immagine non sfocata, quella di un giovane alto, sorridente con un lieve lampo di ironia nello sguardo. Quando arrivò, al trono in quei confusi e drammatici giorni era ancora giovane, quando se ne andò non era molto diverso. Oggi anche quel giovane, come tanti giovani d’allora, è cambiato, i segni della maturità hanno inciso il suo volto e il suo sguardo è profondamente diverso. Son passati da quell’8 giugno undici anni sono morti Vittorio Emanuele e la Regina Elena, Maria Pia si è sposata, Vittorio Emanuele si è iscritto all’Università, Maria Gabriella si prepara agli esami di licenza liceale e Maria Beatrice ha già iniziato gli studi superiori, ci sono state due guerre, Corea e Suez, l’Italia è stata completamente ricostruita, molto tempo è trascorso, molte cose sono mutate meno l’esilio e la sua pungente comprensibile nostalgia d’Italia.
«Sono l’unico italiano a cui non è consentito di rivedere il suo paese», ripete spesso.
Ai suoi intimi, una frase che disse anche a me con molta semplicità e amarezza e insieme molto distacco: frase che lasciò un silenzio imbarazzato nel piccolo studio, pieno di libri e ritratti, ricordi di una corte e di un tempo
a cui Umberto di Savoia spesso nostalgicamente durante la conversazione (non intervista, ché di questa parola, a quanto è dato sapere ha una certa repugnanza).
Undici anni dunque sono passati dall’8 giugno, undici anni che sebbene trascorsi in una calma esemplare, tra i libri, nella serenità dell’Estoril, di fronte all’Atlantico, non hanno mancato di segnare la sua figura alta e Patetica e il suo volto
di ragazzo cinquantenne passato con delicatezza, senza nemmeno la eco impercettibile di un sospiro, da una corte alla semplicità di una vita modesta in una villa che è tutto meno che elegante, ricercata o lussuosa. L’edificio è piuttosto malandato, risente degli anni in cui fu costruito e il piccolo ingresso attraverso il quale si accede negli appartamenti privati non è in nulla e per nulla diverso da quello di altre ville borghesi che tinte di bianco, giallo o cilestrino punteggiano questa costa atlantica di cui Umberto conosce i segreti e la vita, presente e soprattutto passata. Nota è infatti la sua passione per gli studi di archeologia e le antichità romane in Portogallo, l’antica Lusitania di cui si interessa e nel quadro generale della storia romana cioè come antica colonia e per i nuovi ritrovamenti archeologici. Lui stesso ha suggerito agli archeologi l’estrazione dei mosaici pavimentali di Torre del Palma, magnifici esempi di «opus tessellata» romano con figure di Apollo, Teseo. Minotauro oggi visibili nel monastero «dose Meronimo» che ora ama visitare a scopo di studi. Su tutti i resti e le antichità romane in Portogallo egli infatti possiede una nutrita serie di schede folte di impressioni, giudizi e annotazioni storico filologiche, schede a disposizione di tutti gli studiosi e di tutti coloro che come lui si appassionano agli studi di archeologia. Una passione che, dice il marchese Graziani, aveva sin da quando era ragazzo ma che ora si è accentuata e che completa il ritratto psicologico e morale di questo uomo dal destino veramente singolare. Uno studioso di psicanalisi che esaminasse questo suo piacere o meglio questo hobby intellettuale che lo spinge a scrutare negli abissi della storia, alla ricerca di inafferrabili perché, delle cause di tanti eventi non esiterebbe a scoprirvi una manifestazione (o un transfer) di un suo segreto tormento.
«Paura blu»
Quello naturalmente che lo invita così spesso, e non solo con gli intimi della sua minuscola corte, a ritornare al tempo passato, a domandarsi che cosa veramente determinò la decisione dell’8 giugno e da che parte sono le responsabilità. Ché se la decisione fu del popolo chiamato al referendum, la decisione stessa fu certamente influenzata dalla propaganda. Allora c’erano gli alleati, i fuorusciti rientrati erano molto più ascoltati di oggi, De Gasperi e la D.C. assunsero una posizione agnostica. Sarebbe stato meglio che Vittorio Emanuele abdicasse prima? Molti monarchici in Italia ancora oggi rimproverano al defunto Re l’inutile attesa, ma non c’era altra scelta, perché allora non c’erano le Camere di fronte a cui il nuovo Re, Umberto secondo, avrebbe dovuto giurare secondo la Costituzione. Un’abdicazione avrebbe avuto sotto la sollecitazione di diverse correnti politiche, il solo effetto di proclamare nulla la elezione di Umberto e di invalidare la sua qualità di Re. Infatti non poco discusso fu allora anche il titolo di luogotenente (se del Re o del Regno) che assunse e con il quale firmò il decreto che decideva il referendum. Che, dicono oggi i monarchici, se fosse stato tenuto solo qualche mese più tardi avrebbe dato un altro risultato… Ma poteva attendere il luogotenente? Tergiversare non poté, e il resto è noto. Oggi per i monarchici la questione istituzionale non è chiusa come non lo è per Umberto, la cui posizione è però assai diversa, perché per lui, come ebbe occasione più volte di dire, «la Monarchia è al di sopra di tutto, non è rappresentata da alcun partito ed è conciliabile con ogni ideologia politica e democratica e con chi lavora per un’Italia migliore…». Le cui vicende sono assai seguite dall’esiliato di Cascais, che però sugli scottanti problemi di politica ed economia del Paese non si pronuncia tanto conversando con un giornalista quanto con «l’italiano della strada, che arrivato a Lisbona ha telefonato alla segreteria di Villa Italia chiedendo di vederlo, desiderio che Umberto sempre esaudisce. Colloqui che come tanti altri rompono la monotonia e la noia di questo solitario esilio e di questa casa da cui anche i figli si stanno lentamente allontanando. Maria Pia se ne è già andata, fra qualche anno toccherà a Maria Gabriella e poi a Maria Beatrice. «La prima deve andare a Madrid a dar gli esami… i professori non la conoscono, non sanno con chi ha studiato… sono esami duri… e poi chissà…», ha ripetuto più volte preoccupato. E non era solo per effetto di quella «paura blu» che la principessa ripete sempre di avere non appena si affronta il tema degli esami. Nella voce di questo Re in esilio, di questo alto gentiluomo che gli intimi chiamano signore c’era molto malinconia.
Corrado Pizzinelli
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