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Interviste 46-64

Colloquio con Umberto nella pace dell’Estoril

By Settembre 14, 2025No Comments

Re Umberto II a Cascais 1957

Re Umberto II a Cascais 1957

Umberto, dopo tanti e tanti eventi che si sono succeduti da quel lontano e drammatico 8 giugno del 1946, è apparso adesso profondamente cambiato: come se fosse sempre preso da un suo segreto tormento

Cascais, giugno

Quando ad Umberto di Savoia domandai se un giorno si sarebbe mai potuto sapere la vera e intima storia del suo otto giugno, giorno in cui in seguito al risultato della con­sultazione elettorale prese la decisione di lasciare l’Italia senza attendere il verdetto della Corte di Cassazione, mi sentii rivolgere un’occhiata breve e penetrante. Poi Um­berto di Savoia ebbe un sor­riso nervoso, si strinse con un gesto abituale la mano destra nella sinistra e come io insistetti su quel «vera” precisando che ciò che si vorrebbe conoscere sono i suoi sentimenti d’allora, le sue reazioni, la lotta psicologica, lo stato del suo animo, quel conflitto interno che tutti im­maginano ma tutti ignorano nelle sue vere e reali propor­zioni e che egli ha saputo ben celare sul suo volto abbronzato e marmoreo, egli mi lan­ciò un’altra rapida occhiata e sviando il discorso disse: «E’ già stato detto tutto, molto è vero ed esatto, molto no. Però fino ad ora non mi pare sia apparsa e non solo in Ita­lia una storia completa di tut­ti quegli avvenimenti, vaglia­ta e meditata, basata su fon­ti ineccepibili e scritta da uno storico. Ci vuol del tempo» aggiunse con un sorriso a mezza bocca facendo intendere che nonostante sull’argomento siano stati scritti oramai centinaia di volumi tutti sono ancora nel campo della cronaca parziale e mai obiettiva e lontani dalla «storia ».

Undici anni dopo

Sono oramai passati undici anni da quel giorno e colui che fu battezzato «Re di Maggio», colui che lasciò il trono dei suoi avi alla nascente Repubblica, m’è apparso profondamente mutato.

Gli italiani, monarchici e conservano di lui un ricordo preciso, un’immagine non sfocata, quella di un giovane alto, sorridente con un lieve lampo di ironia nello sguardo. Quando arrivò, al trono in quei confusi e drammatici giorni era ancora giovane, quando se ne andò non era molto diverso. Oggi anche quel giovane, come tanti giovani d’allora, è cambiato, i segni della maturità hanno inciso il suo volto e il suo sguardo è profondamente diverso. Son passati da quell’8 giugno undici anni sono morti Vittorio Emanuele e la Regina Elena, Maria Pia si è sposata, Vittorio Emanuele si è iscritto all’Università, Maria Gabriella si prepara agli esami di licenza liceale e Maria Beatrice ha già iniziato gli studi superiori, ci sono state due guerre, Corea e Suez, l’Italia è stata completamente ricostruita, molto tempo è trascorso, molte cose sono mutate meno l’esilio e la sua pungente comprensibile nostalgia d’Italia.

«Sono l’unico italiano a cui non è consentito di rivedere il suo paese», ripete spesso.

Ai suoi intimi, una frase che disse anche a me con molta semplicità e amarezza e insieme molto distacco: frase che lasciò un silenzio imbarazzato nel piccolo stu­dio, pieno di libri e ritratti, ricordi di una corte e di un tempo

a cui Umberto di Sa­voia spesso nostalgicamente durante la conversazione (non intervista, ché di questa parola, a quanto è dato sapere ha una certa repugnanza).

Undici anni dunque sono passati dall’8 giugno, undici anni che sebbene trascorsi in una calma esemplare, tra i libri, nella serenità dell’Estoril, di fronte all’Atlantico, non hanno mancato di segnare la sua figura alta e Patetica e il suo volto
di ragazzo cinquantenne passato con delicatezza, senza nemmeno la eco impercettibile di un sospiro, da una corte alla semplicità di una vita modesta in una villa che è tutto meno che elegante, ricercata o lus­suosa. L’edificio è piuttosto malandato, risente degli an­ni in cui fu costruito e il pic­colo ingresso attraverso il quale si accede negli appar­tamenti privati non è in nulla e per nulla diverso da quello di altre ville borghesi che tinte di bianco, giallo o cilestrino punteggiano que­sta costa atlantica di cui Um­berto conosce i segreti e la vita, presente e soprattutto passata. Nota è infatti la sua passione per gli studi di archeologia e le antichità roma­ne in Portogallo, l’antica Lusitania di cui si interessa e nel quadro generale della storia romana cioè come an­tica colonia e per i nuovi ri­trovamenti archeologici. Lui stesso ha suggerito agli archeologi l’estrazione dei mosaici pavimentali di Torre del Palma, magnifici esempi di «opus tessellata» romano con figure di Apollo, Teseo. Minotauro oggi visibili nel monastero «dose Meronimo» che ora ama visitare a scopo di studi. Su tutti i resti e le antichità romane in Portogal­lo egli infatti possiede una nutrita serie di schede folte di impressioni, giudizi e annotazioni storico filologiche, schede a disposizione di tutti gli studiosi e di tutti coloro che come lui si appassionano agli studi di archeologia. Una passione che, dice il marche­se Graziani, aveva sin da quando era ragazzo ma che ora si è accentuata e che completa il ritratto psicologi­co e morale di questo uomo dal destino veramente singo­lare. Uno studioso di psica­nalisi che esaminasse questo suo piacere o meglio questo hobby intellettuale che lo spinge a scrutare negli abissi della storia, alla ricerca di inafferrabili perché, delle cause di tanti eventi non esi­terebbe a scoprirvi una manifestazione (o un transfer) di un suo segreto tormento.

 

«Paura blu»

Quello naturalmente che lo invita così spesso, e non solo con gli intimi della sua mi­nuscola corte, a ritornare al tempo passato, a domandarsi che cosa veramente determi­nò la decisione dell’8 giugno e da che parte sono le respon­sabilità. Ché se la decisione fu del popolo chiamato al re­ferendum, la decisione stessa fu certamente influenzata dalla propaganda. Allora c’e­rano gli alleati, i fuorusciti rientrati erano molto più a­scoltati di oggi, De Gasperi e la D.C. assunsero una posi­zione agnostica. Sarebbe sta­to meglio che Vittorio Emanuele abdicasse prima? Molti monarchici in Italia anco­ra oggi rimproverano al de­funto Re l’inutile attesa, ma non c’era altra scelta, perché allora non c’erano le Camere di fronte a cui il nuovo Re, Umberto secondo, avrebbe dovuto giurare secondo la Costituzione. Un’abdicazione avrebbe avuto sotto la sollecitazione di diverse correnti politiche, il solo effetto di proclamare nulla la elezione di Umberto e di invalidare la sua qualità di Re. Infatti non poco discusso fu allora anche il titolo di luogotenente (se del Re o del Regno) che as­sunse e con il quale firmò il decreto che decideva il refe­rendum. Che, dicono oggi i monarchici, se fosse stato te­nuto solo qualche mese più tardi avrebbe dato un altro risultato… Ma poteva atten­dere il luogotenente? Tergi­versare non poté, e il resto è noto. Oggi per i monarchici la questione istituzionale non è chiusa come non lo è per Umberto, la cui posizione è però assai diversa, perché per lui, come ebbe occasione più volte di dire, «la Monarchia è al di sopra di tutto, non è rappresentata da alcun par­tito ed è conciliabile con ogni ideologia politica e de­mocratica e con chi lavora per un’Italia migliore…». Le cui vicende sono assai segui­te dall’esiliato di Cascais, che però sugli scottanti problemi di politica ed economia del Paese non si pronuncia tanto conversando con un giornali­sta quanto con «l’italiano del­la strada, che arrivato a Li­sbona ha telefonato alla se­greteria di Villa Italia chie­dendo di vederlo, desiderio che Umberto sempre esaudi­sce. Colloqui che come tanti altri rompono la monotonia e la noia di questo solitario esi­lio e di questa casa da cui an­che i figli si stanno lentamen­te allontanando. Maria Pia se ne è già andata, fra qualche anno toccherà a Maria Ga­briella e poi a Maria Beatri­ce. «La prima deve andare a Madrid a dar gli esami… i professori non la conoscono, non sanno con chi ha studia­to… sono esami duri… e poi chissà…», ha ripetuto più volte preoccupato. E non era solo per effetto di quella «paura blu» che la princi­pessa ripete sempre di avere non appena si affronta il tema degli esami. Nella voce di questo Re in esilio, di que­sto alto gentiluomo che gli intimi chiamano signore c’era molto malinconia.

Corrado Pizzinelli