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Il referendum del 1946

Il referendum che esiliò i Savoia IX

By Giugno 29, 2026No Comments
Re Umberto II, Quirinale, 10 Maggio

Re Umberto saluta il popolo di Roma accorso ad acclamarlo dopo l’abdicazione di Re Vittorio Emanuele III

Una fiera risposta

Intanto erano giunti a Ravello il generale MacFarlane e i signori Samuel Rebur e Harold Caccia, ac­compagnati dal Maresciallo Badoglio e dal ministro Prunas. Scopo dichiarato dell’udienza era la visi­ta di commiato dei signori Rebur e Caccia, i quali lasciavano la com­missione di controllo alleata. Ma la visita di congedo era un prete­sto: i tre rappresentanti della Com­missione di controllo in realtà era­no venuti per chiedere al Re di abdicare. Il Re rispose che aveva già deciso di nominare immediatamente suo figlio Luogotenente ge­nerale. I tre importanti personaggi si dichiararono soddisfatti, ma chiesero che il Re stendesse seduta stante il proclama. «Ho già deciso di stendere domani il proclama», disse il sovrano. «Il proclama de­ve essere fatto immediatamente», gridò con asprezza il diplomatico americano. Il colloquio sarebbe de­generato stupidamente in un vol­gare alterco se il Re non lo avesse troncato con estrema freddezza. «Signori », disse, « il vostro conte­gno non ha precedenti nella storia. Io firmerò subito il proclama che mi chiedete, ma preciserò che lo firmo cedendo alle pressioni dei vo­stri governi. E ora vi prego di andare, perché la vostra presenza mi infastidisce». Il vecchio Re disse queste parole con tanta amara fie­rezza che il Maresciallo Badoglio non riuscì più a trattenere le lacri­me. Il generale MacFarlane strin­geva la mascella per vincere la commozione. I due diplomatici apparivano umiliati. Il Re aveva vin­to. L’indomani avrebbe nominato Luogotenente il principe Umberto, ma a partire dal giorno della libe­razione di Roma, come era inizial­mente nelle sue intenzioni. Quando giunse Arangio-Ruiz il Re lo rice­vette, ma gli disse «è troppo tardi; la sua opera non è più utile».

La notte sul 12 aprile Badoglio e Prunas, assistiti premurosamente da MacFarlane, Rebur e Caccia, ste­sero il proclama, sforzandosi di in­terpretare fedelmente il pensiero del Re. Il 12 mattina il foglio fu sottoposto a Vittorio Emanuele III che lo firmò: con quel proclama egli affermava la sua decisione “de­finitiva e irrevocabile” di nominare suo Luogotenente generale il prin­cipe dì Piemonte; precisava che la nomina sarebbe diventata effettiva, mediante il passaggio materiale dei poteri, lo stesso giorno in cui le truppe alleate sarebbero entrate in Roma; si augurava che la decisio­ne facilitasse l’unità nazionale. Quando il Re ebbe firmato, il Ma­resciallo Badoglio, piangendo, cer­cò di afferrargli la mano per baciarla. Disse: «Maestà, servo Casa Savoia da cinquantacinque anni; non mi attendevo d’arrivare a questo; lasciatemi piangere».

I partiti si dichiararono piena­mente soddisfatti e accettarono quello che per alcuni mesi avevano sdegnosamente rifiutato: cioè di collaborare con Vittorio Emanue­le III. Chiesero soltanto che nessu­no dei ministri del precedente go­verno Badoglio rimanesse in carica; questo aumentava la disponibilità dei portafogli. Il 22 aprile il nuovo governo di coalizione fu finalmente composto. Il 24 i nuovi ministri si recarono a Ravello, per prestare giuramento davanti al Re. Badoglio li presentò a Sua Maestà. C’era in tutti una confortante euforia. I nuovi ministri erano: Croce, Sforza, Di Rodinò, Togliatti, il socialista Mancini, il democristiano Aldisio, Gullo, Arangio-Ruiz, Tarchiani, Di Napoli, Cerabona e, per la pubblica istruzione, quell’Omodeo che alcune set­timane prima aveva detto alla ra­dio: «Vittorio Emanuele III non ha che una via d’uscita: spararsi un colpo di pistola».

Ancora un mese o poco più e Roma sarebbe stata liberata. L’ac­canita, disperata difesa tedesca fu infranta. Il 4 giugno gli alleati en­trarono in Roma. Umberto II, in virtù del proclama di Vittorio Ema­nuele III, diventò automaticamente Luogotenente generale e i poteri passarono nelle sue mani. Il vec­chio Re chiese un aereo per recarsi immediatamente a Roma a firmare il decreto di nomina di Umberto a Luogotenente. La commissione alleata acconsentì a fornire l’aereo, ma occorreva anche il consenso del consiglio dei ministri. Arangio-Ruiz, Rodinò e Croce appoggiarono la richiesta del sovrano. Croce disse: «È un vecchio signore che ci chie­de un piacere, e a noi non costa nulla». Ma gli altri si opposero energicamente. A Vittorio Emanue­le non fu concesso di tornare a Roma nemmeno per poche ore; il decreto lo firmò a Ravello. Il vecchio sovrano non rivide mai più la sua capitale.