Re Umberto saluta il popolo di Roma accorso ad acclamarlo dopo l’abdicazione di Re Vittorio Emanuele III
Una fiera risposta
Intanto erano giunti a Ravello il generale MacFarlane e i signori Samuel Rebur e Harold Caccia, accompagnati dal Maresciallo Badoglio e dal ministro Prunas. Scopo dichiarato dell’udienza era la visita di commiato dei signori Rebur e Caccia, i quali lasciavano la commissione di controllo alleata. Ma la visita di congedo era un pretesto: i tre rappresentanti della Commissione di controllo in realtà erano venuti per chiedere al Re di abdicare. Il Re rispose che aveva già deciso di nominare immediatamente suo figlio Luogotenente generale. I tre importanti personaggi si dichiararono soddisfatti, ma chiesero che il Re stendesse seduta stante il proclama. «Ho già deciso di stendere domani il proclama», disse il sovrano. «Il proclama deve essere fatto immediatamente», gridò con asprezza il diplomatico americano. Il colloquio sarebbe degenerato stupidamente in un volgare alterco se il Re non lo avesse troncato con estrema freddezza. «Signori », disse, « il vostro contegno non ha precedenti nella storia. Io firmerò subito il proclama che mi chiedete, ma preciserò che lo firmo cedendo alle pressioni dei vostri governi. E ora vi prego di andare, perché la vostra presenza mi infastidisce». Il vecchio Re disse queste parole con tanta amara fierezza che il Maresciallo Badoglio non riuscì più a trattenere le lacrime. Il generale MacFarlane stringeva la mascella per vincere la commozione. I due diplomatici apparivano umiliati. Il Re aveva vinto. L’indomani avrebbe nominato Luogotenente il principe Umberto, ma a partire dal giorno della liberazione di Roma, come era inizialmente nelle sue intenzioni. Quando giunse Arangio-Ruiz il Re lo ricevette, ma gli disse «è troppo tardi; la sua opera non è più utile».
La notte sul 12 aprile Badoglio e Prunas, assistiti premurosamente da MacFarlane, Rebur e Caccia, stesero il proclama, sforzandosi di interpretare fedelmente il pensiero del Re. Il 12 mattina il foglio fu sottoposto a Vittorio Emanuele III che lo firmò: con quel proclama egli affermava la sua decisione “definitiva e irrevocabile” di nominare suo Luogotenente generale il principe dì Piemonte; precisava che la nomina sarebbe diventata effettiva, mediante il passaggio materiale dei poteri, lo stesso giorno in cui le truppe alleate sarebbero entrate in Roma; si augurava che la decisione facilitasse l’unità nazionale. Quando il Re ebbe firmato, il Maresciallo Badoglio, piangendo, cercò di afferrargli la mano per baciarla. Disse: «Maestà, servo Casa Savoia da cinquantacinque anni; non mi attendevo d’arrivare a questo; lasciatemi piangere».
I partiti si dichiararono pienamente soddisfatti e accettarono quello che per alcuni mesi avevano sdegnosamente rifiutato: cioè di collaborare con Vittorio Emanuele III. Chiesero soltanto che nessuno dei ministri del precedente governo Badoglio rimanesse in carica; questo aumentava la disponibilità dei portafogli. Il 22 aprile il nuovo governo di coalizione fu finalmente composto. Il 24 i nuovi ministri si recarono a Ravello, per prestare giuramento davanti al Re. Badoglio li presentò a Sua Maestà. C’era in tutti una confortante euforia. I nuovi ministri erano: Croce, Sforza, Di Rodinò, Togliatti, il socialista Mancini, il democristiano Aldisio, Gullo, Arangio-Ruiz, Tarchiani, Di Napoli, Cerabona e, per la pubblica istruzione, quell’Omodeo che alcune settimane prima aveva detto alla radio: «Vittorio Emanuele III non ha che una via d’uscita: spararsi un colpo di pistola».
Ancora un mese o poco più e Roma sarebbe stata liberata. L’accanita, disperata difesa tedesca fu infranta. Il 4 giugno gli alleati entrarono in Roma. Umberto II, in virtù del proclama di Vittorio Emanuele III, diventò automaticamente Luogotenente generale e i poteri passarono nelle sue mani. Il vecchio Re chiese un aereo per recarsi immediatamente a Roma a firmare il decreto di nomina di Umberto a Luogotenente. La commissione alleata acconsentì a fornire l’aereo, ma occorreva anche il consenso del consiglio dei ministri. Arangio-Ruiz, Rodinò e Croce appoggiarono la richiesta del sovrano. Croce disse: «È un vecchio signore che ci chiede un piacere, e a noi non costa nulla». Ma gli altri si opposero energicamente. A Vittorio Emanuele non fu concesso di tornare a Roma nemmeno per poche ore; il decreto lo firmò a Ravello. Il vecchio sovrano non rivide mai più la sua capitale.
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