Re Umberto saluta il popolo di Roma accorso ad acclamarlo dopo l’abdicazione di Re Vittorio Emanuele III
Il sacrificio del Re
Molti hanno rimproverato a Vittorio Emanuele III un troppo ostinato attaccamento al trono. Il vecchio Re — si è detto — avrebbe dovuto abdicare molto tempo prima in favore del principe Umberto, evitando il compromesso della luogotenenza che, in pratica, indebolì la monarchia, creandole attorno una vaga atmosfera di provvisorietà abilmente sfruttata dai partiti coalizzati contro di essa. Se Umberto fosse stato Re fin dall’epoca dei governi di Brindisi e Salerno, senza dubbio avrebbe potuto esercitare più efficacemente i suoi poteri, sventare le congiure dei partiti, dare più ampia dimostrazione di quelle doti che avrebbero fatto di lui un ottimo capo dello Stato. La Monarchia sarebbe giunta al referendum istituzionale poggiando su basi più solide, e forse l’esito sarebbe stato diverso. Queste osservazioni sono sostanzialmente esatte, ma prima di formulare un giudizio negativo nei confronti del vecchio Re è necessario esaminare obiettivamente i motivi per cui l’abdicazione avvenne soltanto un mese prima del referendum e anche la nomina di Umberto a luogotenente fu rimandata fino alla liberazione di Roma. L’errore ci fu, da parte di Vittorio Emanuele III, ed ebbe conseguenze gravi per la Monarchia; ma non fu un errore provocato da egoistico attaccamento al trono.
E’ certo che Vittorio Emanuele III pensò all’abdicazione fin dal 25 luglio 1943, quando depose Mussolini. A questo proposito si consultò coi più fidati dei suoi consiglieri. Ma l’idea fu scartata, e non a torto. La situazione italiana era quanto mai penosa e confusa, l’avvenire estremamente incerto. Ufficialmente l’Italia continuava la guerra a fianco dell’alleato tedesco, e intanto si svolgevano trattative per giungere all’armistizio con gli alleati. Abdicando in quel momento Vittorio Emanuele III avrebbe lasciato a suo figlio una ben scomoda eredità: lo avrebbe esposto al rischio di dovere assumere gravissime responsabilità, lo avrebbe lasciato in balia di eventuali rappresaglie tedesche o fasciste. Il vecchio Re preferì dunque affrontare personalmente le incognite dei futuro.
Un’altra e più favorevole occasione per abdicare Vittorio Emanuele III la ebbe l’8 settembre, quando fu firmato l’armistizio. Ma non fu possibile prendere in considerazione la cosa con tempestività, perché il governo Badoglio e i sovrani dovettero precipitosamente abbandonare Roma. In seguito, mentre il governo Badoglio si insediava a Brindisi, il progetto di abdicazione avrebbe potuto essere elaborato, ma furono gli alleati a sconsigliarlo. Gli alleati volevano che l’Italia si affrettasse a dare un contributo concreto alla loro causa, volevano che il superstite esercito italiano serrasse le file e partecipasse alla guerra; l’abdicazione del Re avrebbe creato “fastidiose” complicazioni, si sarebbe risolta in una “inutile perdita di tempo”, avrebbe sconcertato le truppe italiane che al contrario avevano bisogno di rinsaldare con urgenza il morale un po’ scosso: meglio rimandare a giorni più propizi le “questioni interne” italiane. Inoltre fu fatta balenare al vecchio sovrano una prospettiva allettante: le truppe alleate e i soldati italiani avrebbero liberato Roma e tutta l’Italia entro brevissimo tempo. Il Re, che serbava una profonda amarezza per avere dovuto abbandonare così precipitosamente la sua capitale, avrebbe fatto trionfale ritorno. Sarebbe stato ripagato, in quel momento, di tutte le angustie e le umiliazioni subite. Poi si sarebbe dignitosamente ritirato, avrebbe ceduto il trono a Umberto, affidandogli un regno unito e pacificato, non una Patria ancora dilaniata da lotte fraterne, ancora divisa, ancora calpestata, al nord, da piedi nemici, e al sud, da piedi diventati, sì, amici, ma non per questo molto riguardosi. Fu questa allettante (ma illusoria) prospettiva che fece perdere al vecchio Re l’ultima buona occasione per abdicare, occasione che’ si verificò il 13 ottobre ’43 quando l’Italia, cedendo alle insistenze alleate, dichiarò guerra alla Germania. Coloro che in quei giorni furono più vicini a Vittorio Emanuele III e ne raccolsero le scarne, amare confidenze, sono concordi nell’escludere che egli abbia agito per egoistico attaccamento al trono: si illuse di giovare al figlio e alla monarchia, volle fare da “parafulmine” fino a che non fosse passata la tempesta, volle essere lui a “vuotare fino in fondo il calice dell’umiliazione” (come disse un giorno a uno dei pochissimi amici fedeli), perché il nuovo Re potesse salire al– trono a fronte alta.
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