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Varie

Commemorazione di Emanuele Bonfiglio nel decimo anniversario della scomparsa del Re 1993

By Novembre 21, 2018Settembre 21st, 2021No Comments

Umberto II tra storia e mito

 L’amor di Patria e la ragion di Stato

di Emanuele Bonfiglio, Il Tempo, 9 Maggio 1993

Ci pare giusto, in occasione del pontificale commemorativo dell’assunzione al trono di Umberto II, che alla figura dell’ultimo Re d’Italia si dedichi finalmente una attenzione più obiettiva e serena. Degli appellativi con quali i quattro Re dell’Italia unita sono entrati nella storia, quello che fu dato, con evidente intenzione irrisoria, a Re Umberto, potrà allora paradossalmente apparire, come è, degno di figurare, con il suo autentico, profondo significato, sulle lapidi, se mai ve ne saranno, dedicate a ricordare la vicenda millenaria che è stata la lotta della Dinastia sabauda per sottrarre ad ogni denominazione straniera il proprio paese, stretto sempre dalla sua posizione geografica. fra le minacce dei grandi Imperi che lo circondavano.

Valore militare

Può apparire miracoloso il fatto che, grazie a un non trascurabile valore militare e ad una audace abilità politica, questa costante volontà di indipendenza non solo sia riuscita a conservarsi per un millennio intatta, ma abbia anche portato ad una graduale espansione territoriale grazie alla quale quell’Italia che qualcuno aveva sprezzantemente definita «una pura espressione geografica» è divenuta una delle maggiori Potenze d’Europa.

C’è stato  chi ha voluto bollare i troppi «giri di valzer» che i Savoia hanno dovuto spesso compiere per arrivare a questo risultato. Ma come avrebbe potuto, altrimenti che così, un piccolo paese mantenersi per tanti secoli indipendente? La inderogabile legge del «sacro egoismo» imponeva una costante preoccupazione, quella di scegliere sempre il campo giusto nel quale militare. I Savoia lo hanno sempre fatto, e la storia ha loro dato sempre ragione, fino a quando una scelta che non fu la loro, nell’ultima fase della loro millenaria vicenda, li ha collocati dalla parte sbagliata. Ed è proprio questo momento triste e inglorioso della nostra storia che Umberto Il ha saputo illuminare di una nobile, se pur malinconica grandezza.

Malinconico autunno

Lo hanno chiamato ironicamente «il Re di maggio» per bollare la brevità della sua permanenza sul  trono: il maggio non certo radioso di un regno che non ebbe primavera, ma fu soltanto un malinconico autunno. Eppure quelle poche settimane che    la tardiva abdicazione di Víttorio Emanuele aveva concesso al figlio per cercare di risalire la china, bastarono a Umberto per dimostrare quanto buon Re sarebbe stato se fosse rimasto sul trono. Né allora, né nell’ anno e mezzo in cui egli aveva regnato con il titolo di Luogotenente del Regno, egli era entrato personalmente in lizza nella lotta per quel referendum il cui esito era stato deciso in anticipo dalla famosa minaccia di Nenni «O la Repubblica o il caos», e da un concorso di circostanze internazionali che inserivano la vicenda italiana nel quadro degli incerti equilibri della «guerra fredda» ormai alle porte. Fedele alla norma costituzionale che lo faceva Re di tutti gli italiani, anche di quelli che gli erano ostili, Umberto rimase, in una vicenda che pure direttamente riguardava il desti-no suo e della sua Dinastia, al di fuori e al di sopra della mischia. E persino nel segreto dell’urna votò, come si seppe, scheda bianca.

Quando poi, ribelli a un gesto tranciante del Governo che, noncurante degli adempimenti di legge non compiuti, aveva deciso prima del tempo la destituzione del Re, molti monarchici apparvero pronti a una resistenza armata, la sua risposta fu netta: «Non voglio disse – un Trono macchiato di sangue». Impedì così che una nuova guerra civile aggravasse il disastro che tormentava l’Italia e partendo per un esilio certo non meritava, pose fine insieme al suo «Regno di maggio» e all’epopea della sua Dinastia.

Amato dal popolo

Quando lo vedemmo per la prima volta, giovanissimo Erede del Trono, alto, bello, elegante, egli impersonava agli occhi di tutti I’ideale romantico del «Prince charmant», il Principe azzurro.

Le ragazze di tutta Europa, Principesse, in attesa di un marito coronato, o sartine in vena di fiabe, sognavano di lui, e il popolo lo amava, lo applaudiva. Anche perché, a differenza del vecchio Re egli stava bene tra la folla. Ma se I ruolo dei «Principe Azzurro» può essere piacevole a venti anni, a trenta, a quaranta si vuole ben altro. E che Umberto soffrisse per le strettoie che venivano imposte alla sua personalità, sia pubblica sia privata, è certo, anche se egli aveva somma cura di non far trapelare mai, nemmeno con gli intimi, i suoi sentimenti. Ne soffriva ma non si ribellava. Gli avevano insegnato che «i Savoia regnano uno per volta» e che, prima a comandare bisogna imparare a obbedire.

Coraggio in battaglia

Obbedì anche quando dopo l’8 settembre gli fu impedito, con ordini senza appello, prima di restare, poi di tornare a Roma (esistono in proposito testimonianze innegabili). E appena ebbe un po’ di libertà di agire, diede prova del suo valore, partecipando attivamente alla campagna che portò alla riunificazione d’Italia.

Nella battaglia di Montelungo, con un audace volo di ricognizione, fornì al Comando delle operazioni preziose notizie (il suo aereo era tornato con la carlinga sforacchiata dalle artiglierie tedesche). Poi partecipò ad ambedue le fasi della battaglia. E quando il comandante alleato generale Walker lo propose per la Silver Star, una delle più alte decorazioni al valore americano, la rifiutò dichiarando che molti soldati la    meritavano più. Se fosse salito allora sul trono, probabilmente ci sarebbe o rimasto, Ma Vittorio Emanuele non volle cederglielo finché Roma non fosse tornata capitale d’Italia. E fu così che in un afoso pomeriggio di giugno del 1946 la o bandiera con lo stemma sabaudo fu ammainata per l’ultima volta dal pennone a del Quirinale. Dopo di allora per anni ed anni la storia e d’Italia continuò senza di lui: il Re era l’unico cittadino italiano – e con lui lo furono suo figlio e il nipote, e lo saranno, senza un provvedimento riparatore, anche i suoi discendenti futuri – ad essere colpito, da una condanna che nessuno dei nostri Codici prevede nemmeno per i crimini più atroci. E nessuno si è reso conto di quanta forza d’animo sia occorsa a quest’uomo che aveva regnato per così breve stagione, per restare sempre inderogabilmente fede e, con uno stile esemplare, al ruolo che i mille anni di storia della sua dinastia gli imponevano, e il suo grande struggente amor di patria gli suggeriva. Obbedendo a una « ragion di stato» che ora Principi e Re così frequentemente trascurano. Umberto II, detronizzato ed esule, è riuscito, più e meglio di qualsiasi Sovrano in trono, ad impersonare in quest’epoca di universale smitizzazione, l’idea stessa della Regalità. Non foss’altro per questo, egli merita un posto d’onore nel Pantheon delle nostre memorie.

Articolo ricevuto dall’Ingegnere Domenico Giglio, presidente del Circolo Rex.