Re Umberto saluta il popolo di Roma accorso ad acclamarlo dopo l’abdicazione di Re Vittorio Emanuele III
Come nei “Miserabili”
Le spese per l’attività assistenziale erano di gran lunga superiori agli undici milioni e 250 mila lire carta che costituivano l’appannaggio annuo del Re. Umberto si servì largamente dei suoi beni personali; molte volte il conte Augusto Premoli fu incaricato dal Luogotenente di vendere con discrezione mobili o quadri di valore del Quirinale, per alimentare i fondi destinati alla beneficenza. A volte, di sera, Umberto e Lucifero uscivano da soli, in incognito, andavano in giro per i quartieri più poveri della città, discutendo dei gravi problemi sociali da risolvere e facendo progetti per il futuro. Fra i collaboratori più vicini al Luogotenente alcuni non approvavano questo suo modo d’agire, non lo trovavano opportuno per un sovrano: avrebbero voluto che egli restasse lontano e inaccessibile, che si circondasse di un rigido cerimoniale, che non fosse così “dimesso e alla buona” come “un qualsiasi cittadino di buon cuore”; altri dicevano che la monarchia non doveva dare l’impressione di cercare pubblicità e di ricorrere a forme commercialisti-che di propaganda. Per questo, specialmente nei primi tempi, qualche alto funzionario di corte, all’insaputa del Luogotenente, allontanò molti, anche combattenti o reduci, che chiedevano di essere ricevuti. Ma non appena Falcone Lucifero seppe ciò, impartì precise disposizioni in forza delle quali chiunque si presentava al Quirinale poteva, senza formalità, senza lunghe attese, solo esibendo un documento di identificazione, avere un colloquio con Umberto, a quattr’occhi. Cosa che, è bene ricordarlo, nessun presidente di repubblica ha mai fatto. Così, fra il va e vieni degli autentici bisognosi e degli inevitabili profittatori, di coloro, soldati o borghesi, nobili o popolani, che desideravano rendere omaggio al sovrano, e dei curiosi che volevano soltanto vedere la reggia, il Quirinale sembrava generalmente “la stazione ferroviaria di una grande città”, come ebbe a dire una volta, con vero tono di rammarico, un gentiluomo di corte.
Un giorno, dall’anticamera dell’ufficio assistenza, scomparve una statuetta, opera di un insigne scultore. Un inserviente si ricordò che una donnetta, provvista di una capace sporta, venuta a chiedere penicillina per il marito ammalato, aveva contemplato a lungo la statuetta, con un interesse forse non solo artistico. Di quella donna si conosceva l’indirizzo, poiché una dama di corte avrebbe dovuto portarle a domicilio la penicillina che al momento della richiesta era esaurita. Il capo dell’ufficio assistenza prese una decisione molto sbrigativa: mandò a casa della donna due carabinieri per una perquisizione. E i carabinieri tornarono di lì a poco con la preziosa statuetta; la ladra era stata ammanettata e portata in guardina. Il ministro Lucifero fu informato della cosa. Egli diede ordine che la donna fosse immediatamente rilasciata, poi si recò personalmente dal Luogotenente per raccontargli l’episodio. Umberto ascoltò la storia con molto interesse, poi si fece portare la statuetta, la fece impacchettare e legare con un nastro azzurro, quindi Incaricò una dama di corte, precisamente la contessa Zanchini, di riportarla alla donna, come suo regalo personale, insieme alla penicillina. Umberto, poi, raccomandò a Lucifero di non raccontare a nessuno l’episodio; disse: «Chiunque sarebbe autorizzato a pensare che io abbia voluto fare un bel gesto, vistoso e retorico, a imitazione di quel vescovo dei Miserabili. Invece non ci pensavo affatto».
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