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UncategorizedIl referendum del 1946

Il referendum che esiliò i Savoia V

By Maggio 30, 2026No Comments
Re Umberto II, Quirinale, 10 Maggio

Re Umberto saluta il popolo di Roma accorso ad acclamarlo dopo l’abdicazione di Re Vittorio Emanuele III

L’astuto Togliatti

Nel marzo del ’44, chiamato espressamente dagli anglo-americani, ansiosi di avere come preziosi collaboratori i ~unisti, giunse a Salerno (dove si era trasferito il nuovo governo Badoglio formato da tecnici), proveniente da Mosca, un certo Ercole Ercoli, il cui vero nome, si seppe poi, era Palmiro Togliatti. Togliatti aveva già un suo piano, molto abile, elaborato meticolosamente fra le mura del Cremlino. Giunse con un sorriso buono sulle labbra e diede subito una lezione di “patriottismo e di democrazia” agli uomini dei partiti liberaleggianti. A Napoli affermò recisamente gite occorreva bandire ogni risentimento; la Patria era in guerra contro i nazifascisti; tutti gli italiani degni di questo nome dovevano unirsi attorno al Re per combattere fino alla fine della guerra; poi, a vittoria ottenuta, si sarebbe pensato eventualmente a risolvere, secondo la volontà del popolo, la questione istituzionale. Il discorso di Togliatti fece enorme impressione. La stampa inglese gli dedicò vivissimi elogi. Gli uomini dei partiti pensarono che se il comunista Togliatti era disposto a collaborare con la monarchia, potevano arrischiarsi anche loro a fare altrettanto. Alla fine di aprile infatti fu varato da Badoglio il primo governo di coalizione di cui facevano parte, come ministri senza portafogli. Togliatti, Croce, Sforza, Mancini, e gli altri inflessibili uomini di partito che fino a quel momento si erano sdegnosamente rifiutati di collaborare con Badoglio e la monarchia.

Oggi è abbastanza facile intuire a che cosa mirava l’astuto Togliatti. Voleva conquistare l’assoluta fi­ducia degli alleati e degli italiani, far sì che il partito comunista ve­nisse considerato un partito come tutti gli altri, democratico e inof­fensivo, e come tale avesse modo di conquistare piano piano i posti chiave nei governi successivi, per potere poi, al momento giusto, im­padronirsi del potere, pur essendo in minoranza numerica; con un fa­cile colpo di Stato: esattamente quello che è stato fatto nelle varie repubbliche ora satelliti della Rus­sia. Per la realizzazione di questo piano era opportuno collaborare in un primo tempo con la monarchia, per poi sbarazzarsene al momento giusto, com’è stato fatto appunto in Romania. Il piano di Togliatti è fallito per tre fondamentali moti­vi; primo: perché altri uomini del P.C., non educati alla scuola di Mosca, arrivarono come una valan­ga a scoprire le carte in tavola e a rivelare il vero volto del comuni­smo, con le loro azioni sanguinarie e la loro ottusa prepotenza; secon­do: perché a un certo momento l’a­stutissimo Togliatti si trovò la stra­da sbarrata da un avversario anche più astuto di lui: Alcide De Gasperi; e infine per la fermezza della monarchia che, malgrado la difficilissima situazione in cui si trovava, osteggiata da tutti, non cedette alle lusinghe e alle minacce comuniste. Del resto, se il piano fosse riuscito nella prima fase, restava una terza risorsa: l’esercito italiano, la poli­zia, i carabinieri fedeli al Re, che forse in extremis avrebbero potu­to stroncare il tentativo rivoluzio­nario.