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Interviste 46-64

Intervista di Giorgio Torelli 1963

By Agosto 14, 2019Novembre 12th, 2021No Comments

IL SOGNO DI UN RE IN ESILIO

Re Umberto II Oporto 1963

Re Umberto II Oporto 1963

Umberto di Savoia, che ha ricevuto nella sua villa di Cascais il nostro inviato Giorgio Torelli, ha parlato con profonda nostalgia del Paese da cui, è partito 17 anni fa e nel quale non potrà mai fare ritorno.

La più sobria delle guide, l’illustre Baedeker, definisce Cascais (Portogallo) alla pagina 257: «E’, una cittadina di pescatori di 80 mila abitanti, in graziosa posizione, assai frequentata dagli abitanti di Lisbona come stazione balneare, attorniata da una rigogliosa vegetazione subtropicale». E poi, come più singolare attrattiva: «Vi ha posto la sua residenza il Conte di Sarre, già Re d’Italia ».

Il Conte di Sarre già Re d’Italia: ma come si chiama?, domandano i più giovani e i più smemorati tra i turisti di tutta Europa.

«O reì Umberto», spiegano i tassisti senza voltarsi. E osservano con lo specchietto retrovisore il travaglio del passeggero che mette a fuoco nella memoria un signore alto, stempiato, con doppiopetti severi e cravatte malinconiche. Lo si è visto spesso sui settimanali, affacciato alla veranda della sua villa tra i pini, o in terza e quarta posizione ai matrimoni delle Case ancora regnanti. Lo si notava per la calvizie e per come portava il frac, impeccabilmente. Chissà che passando davanti al giardino della sua casa non si possa scorgerlo tra il fitto della vegetazione, assorto dietro i rampicanti di un balcone.

Così i turisti caricano le cineprese e pregano l’autista di sostare davanti a ciò che è rimasto di una reggia: una residenza bianca con cinque stanze al pianterreno, cinque al primo piano e sette, più piccole, al secondo.

La strada litoranea porta a Nord. Tra Lisbona e Cascais corrono 28 chilometri di riviera, che a ogni curva sembra schivare gli spruzzi dell’Atlantico sui bastioni delle, scogliere. Il sole è abbagliante e ha dato il nome alla costa: Costa do Sol. S’incontrano sulle spiagge decrepiti signori vestiti di bianco. Ascoltano per settimane il suono dell’oceano e osservano col binocolo giovani cavalieri galoppare sulla sabbia bagnata, dove si frange l’onda.

I taxi con il tetto verde frenano davanti alla casa del «Rei». Il cinguettio degli uccelli è fittissimo I turisti azzardano qualche passo all’interno facendo gemere la ghiaia. Gli uccelli smettono di cantare. Sulla porta, al termine del viale privato, veglia una figura vigorosa, dai capelli bianchi Dovessero ciò che è rimasto di un guardia-portone in feluca e spadino. Ora è soltanto un custode, uno degli ultimi uomini del re. Da lontano, le cineprese ronzano qualche secondo, puntate a caso sulla facciata coloniale o sulla mansarda dei sottotetto. L’odore salmastro del mare è pungente, un giardiniere con la berretta verde dei pescatori portoghesi annaffia i gladioli che hanno le foglie tutte tese, come archi di fragilissime spade. A nessuno viene il sospetto di stare filmando un esilio non meno assoluto e senza speranze di quello che si stendeva, un tempo, appena oltre queste rocce tormentate dallo sciabordio dell’oceano. Il punto più occidentale d’Europa è qui. Negli anni di Colombo, oltre i vapori cilestrini dell’orizzonte si apriva, inesplorato, l’ignoto: Cascais era l’ultima, frontiera e l’ultimo addio. Per «o Rei de Italia» non è cambiato nulla. Anche oggi Cascais non ha prospettive ed è rimasta l’ultima, frontiera.

Umberto compirà il 15 settembre 59 anni. Lasciò l’Italia il 13 giugno del 1946. Ricordate l’Italia del ’46, quegli abiti stinti e lisi ormai diventati quasi un costume, quelle uniformi grigioverdi sdrucite ai gomiti e ai ginocchi quelle bustine più grandi delle facce dei reduci tutt’occhi? Col cappello nella sinistra, Umberto scese nel cortile dei Quirinale tendendo la destra al tenente dei corazzieri Medici Tomaquinci. E il comandante dello squadrone, Riario Sforza, gridò: « Guardie del Re, saluto al Re ». E i corazzieri col vecchio moschetto da cavalleria a bracciarm e l’argento delle giubbe appannato, risposero: « Viva il Re! ». Qualcuno aveva il volto rigato di lacrime. Poi Umberto s’imbarcò su un aereo SM 95, una vecchia fusoliera bianca e, attraverso il Mediterraneo sferzato dall’uragano, volò a Lisbona. Rifiutò l’atterraggio di fortuna in Sardegna: aveva fretta di abbracciare il suo destino.

Da allora sono trascorsi esattamente 17 anni. Noi tutti siamo certamente diversi, il Paese è divenuto un altro Paese: ci sono strade, cittadini, paesaggi, fortune, idee, industrie, rancori, speranze, che prima non c’erano, Che non si sospettavano. E’, passato un altro, lungo, importante periodo di storia , di vita della gente. Italiani che oggi hanno famiglia e figli, che votano, che hanno fatto il soldato, ricordano il Re quando ne sentono parlare, in casa certe sere che non si guarda la televisione. Sanno poco di lui e molto dei suoi figli che riempiono le cronache meno severe. Molti degli stessi fedeli al Re hanno sovrapposto considerazioni più pratiche, più politiche, al sentimento per i Savoia, lo stesso che fioriva, nel cuore al solo ascoltare la marcia reale suonata ai giardini pubblici dalla banda dei reali carabinieri.

« O’ Rei de Italia », il «già Re » dei Baedeker, è dunque quasi solo. Una legge gli vieta anche una breve visita all’Italia. E’ una legge d’esilio, dura e indiscutibile come quelle che inventò il mondo greco per i suoi Re da tragedia. Ma ai turisti che filmano, neanche questo viene in mente: che Umberto è italiano come gli altri 50 milioni ed è proscritto. Quando nacque, il 15 settembre del 1904, nel castello di Racconigi, il sindaco di Milano ordinò l’esposizione della bandiera nazionale sul Duomo in segno di augurio e saluto all’erede al trono di Vittorio Emanuele III. Ma fu la giunta comunale, con una maggioranza di sinistra, a farla togliere. Ora Umberto, 59 anni dopo, tiene, dietro il tavolo a cui passa lunghe ore della sua giornata, una fotografia della Madonnina di Milano che ha accanto l’asta senza alcuna bandiera. E’, un segno di devozione, non di rimpianto. Umberto ricorda del suo Paese solo ciò che è bello e generoso. Più lo vede senza vederlo, più lo pensa senza poter metterci piede, e più lo idealizza. L’Italia vista dall’esilio di Cascais è una terra di meriti e mai di bassezze, è una Nazione che il suo ex-Re ha dovuto immaginare moderna con la fantasia e le parole degli altri. E che ha mentalmente identificato con la più esaltante delle realtà. Se le cineprese potessero filmare i sogni presenti intorno a una casa, quelli della villa del Re sarebbero a bellissimi colori. L’ex-Re sogna l’Autostrada del Sole da Milano a Napoli (e non è poi cosa incredibile perché nel 1946, quando Umberto se ne andò, una simile spina dorsale dei Paese era più che un sogno, più che una cosa da Re); sogna i suoi ex sudditi con l’automobile, con la settimana corta, con gli abiti più ammirati d’Europa. Non sogna applausi, consensi, restaurazioni rivincite. L’ex sovrano si ritrova sulla soglia dei 60 anni sognando le cose banali che noi abbiamo a portata di mano e che a lui, figlio e nipote di re, sono vietate. Cose di tutti i giorni; una passeggiata a Villa Borghese, una sera davanti al televisore, un giornale comprato ancora fresco di stampa all’edicola, una trattoria sul lago, una messa con la predica in italiano.

Finito di filmare, i turisti ripartono. Il cane di casa si rimette all’ombra, l’oceano domina ancora il silenzio, gli uccelli riprendono a cinguettare senza scopo. Al primo piano, dietro le persiane moresche accostate, il signore alto, stempiato, con la cravatta malinconica, continua a lavorare nella penombra. Non ha più niente dì importante da fare che catalogare le ingiallite lettere di suo bisnonno Vittorio Emanuele II, che in Italia i libri di scuola continuano a chiamare «Il Padre della Patria».

Il giorno prima di chiedere udienza facciamo proprio come i turisti: una ricognizione intorno alla villa. I malati di nostalgia si tradiscono subito: anni fa Umberto aveva fatto disporre due targhe in marmo agli ingressi. Sulla prima targa era scritto «Villa», sulla seconda «Italia». Ora è rimasta soltanto la parola «Italia» quasi a dire, se pure questo è ospitale territorio portoghese, che quanto vi si pensa, vi si dice e vi si vagheggia ha per argomento il Paese di cui l’esule non è che cittadino immaginario. Solo qui Umberto è rimasto Re. Nessun sovrano regna su un territorio di poche centinaia di metri quadrati com’è questa Little Italy: un muro di cinta a calce con cascate di gerani rosa, molti pini marittimi piegati verso oriente nella direzione in cui soffia il vento dell’oceano, cespugli di fiori, una 2300 Fiat blu parcheggiata all’ombra e targata, secondo l’uso portoghese, con qualche numero e con le lettere «EI», come Esercito Italiano; singolare combinazione per un principe che ha trascorso gli anni giovanili e quelli delle piene responsabilità su auto grigioverdi. I vicini di casa sono: quelli di sinistra, la famiglia dei defunto banchiere Riecardo Espirito Santo, che gli ha donato il terreno per la sua casa. Quelli di destra, i ragazzi di un collegio, che si raccolgono a torso nudo sulla scogliera a cantare i fados, nostalgici lamenti del Portogallo. Umberto sente ogni sera i fados, che parlano di marinai partiti e non tornati, di stagioni meravigliose viste con gli occhi del rimpianto, di case cui giungeranno messaggi portati dal maestrale. A una finestra della villa una domestica sbatte degli scendiletto. Le persiane sono di liste intrecciate. Da ciascuno di quei fori quadrangolari il vento manderà certo un fischio. L’inverno a Cascais deve essere intenso e scoraggiante.

Ci hanno dato il numero del «Rei». Lo sanno molti al villaggio: 280020. Telefoniamo, e una voce femminile risponde: «Segreteria di Sua Maestà il Re». Ha detto proprio così, alto e chiaro, e deve aver sentito anche il barista dei locale da cui chiamiamo. Quando uno sente dire: « Sua Maestà », subito collega il pensiero alla corona e all’ermellino. Il grembiule del barista è pieno di macchie. Si sentono ronzare le mosche attorno ai barilotti di birra.

Umberto ci riceve. Non è un privilegio. Riceve tutti, tanto che il comune di Cascais ha delimitato un parcheggio per i pellegrini italiani nell’asfalto che divide Villa Italia dalla scogliera. Andiamo da lui in taxi non c’è di meglio. Il taxi è vecchio, ha un vetro riparato con striscioline di carta. Quando fa il suo ingresso nel viale della villa, sotto le chiazze d’ombra dei pini, la mente immagina tre squilli di tromba. Come si può andare da un re senza che squillino le trombe dei suoi valletti? Ma il giardiniere continua ad annaffiare e il cane esce dal suo riquadro d’ombra per annusarci. Il taxi parcheggia sotto l’ombra di un albero.

Superiamo il guardia-portone. Ci sono due bandiere all’ingresso, e tutt’e due sotto vetro: quella dell’Italia fino al 1946, con lo stemma sabaudo al centro, e quella dello yacht dei Savoia fregiata da un’aquila nera. I pavimenti e le porte sono in legno scuro, lucidato con cura. Dal caminetto di marmo del vestibolo il quadro di Maria Josè, firmato da Tade Styka, riempie la stanza.

Quella che fu chiamata la «Regina di maggio» è ritratta seduta, con un abito color verde spento ornato di visone bruno. Tiene tra le mani una lunga collana di perle meno bella di quella della regina Margherita, che Umberto impegnò nel 1944 per un milione e 300 mila lire, così da poter affrontare le spese della propaganda monarchica. La tela potrebbe essere firmata Boldini, tanto la figura è longilinea e stilizzata. Era bella Maria Josè. Quando sposò Umberto, l’8 gennaio del 1930, nella Cappella Paolina del Quirinale, dove si erano radunate le bandiere dei 25 reggimenti di stanza nella capitale, l’Italia stampò un francobollo «Pro Croce Rossa». C’erano, di profilo, il Principe e la bionda Principessa belga. Lui con le spalline d’oro, il Collare dell’Annunziata, la fascia azzurra e i gradi di colonnello del 92° Fanteria, a soli 26 anni. Lei con il diadema e il velo da sposa, che in chiesa sarebbe stato sorretto da quattro testimoni: il Duca d’Aosta, il Conte di Torino, il Duca di Brabante, il Conte di Fiandra.

Ora Maria Josè vive sola, invecchiata. Mentre l’ex colonnello del 92° Fanteria veste da 17 anni in borghese. Proprio lui, che fu il più bell’ufficiale dell’esercito, paragonato a un attore di Hollywood.

Il Re suona per riceverci. Solo un tappeto bukara ci separa, adesso, da lui. Gli stringiamo la mano mentre ci torna, sospinta dalla memoria, una frase dell’infanzia: gli anni passano anche per i re. Umberto veste un abito a occhi di pernice. La cravatta è nera. Porta mocassini scuri. Sorride con cortesia, forse con compiacimento, e subito gli compaiono rughe intorno agli occhi molto sereni e alla bocca, che è arrossata ai lati. La testa calva appare più aguzza. Il doppio mento è pronunciato, la voce sommessa. La taglia è imponente, il fisico asciutto ma i capelli sono ormai radi.

« Lieto di incontrare un italiano», dice con benevolenza, « davvero lieto. » E siede su una poltrona gialla indicando per noi il divano. Senza darci tempo di scegliere, ci ha ceduto la destra.

Così parliamo, ed è difficile dire di cosa. Parliamo di tutto, senza un filo preciso. A un re non si possono porre domande, ma a un re è lecito interrogare. Ed egli è impaziente di sapere tutto, come succede agli innamorati. L’Italia, la sua fissazione, è avventurosa: cosa scegliere da riferire a lui?

Discorriamo del progresso economico, della situazione politica, delle chiacchiere della gente e dei giornali. Lui sta seduto compostamente. Si è ben guardato dal sollevare la piega dei calzoni sulle ginocchia. Tiene i talloni uniti. E ci si meraviglia di non sentir tinnire gli speroni. Come del resto si scopre più tardi, mentre il dialogo avanza, che non si riuscirà mai a rivolgersi a lui col « Maestà ». Ci si arena sul « lei », non per assenza di rispetto ma per le sollecitazioni della sua affabilità.

« Che ne è del mio caro Guareschi? », domanda a un certo punto. E resta attentissimo mentre gli diciamo dei re che Guareschi tiene nel soggiorno di Roncole: tre Vittorio Emanuele, in ceramica in acquarello e in bronzo, e un Umberto, lui stesso, in una fotografia con dedica. Ne appare felice come della muta testimonianza di un amico.

« Guareschi », diciamo, « è deluso. Cosi si tiene accanto degli uomini semplici, nati sulle rive del Po: contadini, artigiani, gente della bassa. Una piccola corte, insomma… » Ci è scappata la parola «corte» senza volerlo. «Voglia scusare la scelta della parola… », corriamo ai ripari. Ma Umberto, divertito, con gli occhi che brillano: « No, no, la parola corte è la più adatta».

La delusione di Guareschi, senza che aggiungiamo niente altro, lo colpisce. Le ultime elezioni italiane lo hanno, lasciato pensoso. Molti che vengono a Villa Italia, e sono italiani in ferie che chiedono di essere ricevuti qualche attimo per essere fotografati insieme a lui, gli si rivolgono: « Tante volte, nei momenti difficili, noi pensiamo che ci vorrebbe qualcosa ad unirci ». E lo fissano senza osare di aggiungere altro.

Noi chiediamo, contro l’etichetta: « Ha mai pensato che risultati darebbe oggi un referendum sulla repubblica o la monarchia? ».

E Umberto, con molta condiscendenza: « O creda: non c’è da far conto. I pareri sono così mutevoli nel tempo ». Poi, più assorto, come ergendosi sopra i conflitti politici, come se sentisse di essere ugualmente un simbolo: « Dio aiuterà l’Italia attraverso l’intelligente opera di un governo, forte e aperto al vero progresso. Ciò che può angustiare chi ama il nostro Paese è soltanto il risvolto di talune situazioni politiche: la meschinità, la sfiducia, il timore delle decisioni franche e leali ». E sospira. Sappiamo che egli considera spiacevole per la Repubblica Italiana anche l’assenza di decisioni sul ritorno in Italia dei suoi genitori. Non parla pensando a un suo ritorno. Egli ha fatto della rassegnazione la sua migliore virtù. Ma non ammette che l’Italia progredita di oggi che si è figurato attraverso i racconti dei visitatori, i ritagli dei ‘giornali e le trasmissioni dell’Eurovisione, possa tuttora censurare due spoglie: quella di re Vittorio Emanuele III, sepolto nell’esilio di Alessandria d’Egitto, e quella della regina Elena del Montenegro, composta nel cimitero di Montpellier in Francia.

Ne parla con tristezza: « Ecco una vera meschinità. Si ha paura, ma di che cosa, poi? Bisogna crederlo; non mi dispiace per questo atteggiamento singolare ma perché la decisione poco umana è presa da italiani. Sempre, quando gli italiani sbagliano, sento che qualcosa mi ferisce, direttamente qui, in questo silenzio.. ». Dalle pareti una serie di ritratti dei Savoia, tutti in armatura e spadino, appare d’accordo con l’ultimo re di famiglia. Crediamo sia lecito inscrivere nelle meschinità di cui il Re si duole, anche il caso di Walter Chiari. Prendiamo il discorso alla larga esordendo: « Molti italiani, anche quelli naturalmente antimonarchici, avvertono che talvolta si passa il segno. Per esempio, non è piaciuto a nessuno il recente caso di quell’attore che forse lei ricorderà.- Walter Chiari… ».

E il Re, smettendo di mordersi un’unghia della sinistra: « Oh,molto spiacevole », irrompe scandalizzato. « Non credo di conoscere questo signor Chiari ma so che lo hanno conosciuto i miei figli. Maria Pia e Alessandro l’avevano accolto in casa, prima come italiano, poi come persona simpatica. Lo conoscevano anche Gabriella e Vittorio. Io mi domando come egli abbia potuto ricambiare questi segni di cordiale stima con un simile comportamento… ».

Umberto scuote la testa. «Mi spiace per il signor Chiari», dice pronunciando adagio la sentenza, « mi spiace perché è un italiano. Il che fa si che anch’io sia di riflesso offeso dal suo atteggiamento. Quanto a Maria Gabriella, essa è al di sopra di ogni sospetto. E’, giovane, viaggia e ama divertirsi: trovo che disponga di sufficiente giudizio per sapere scegliere le sue occasioni. So che a Roma, ai Novendiali di Giovanni XXIII e all’incoronazione di Paolo VI, ha ottenuto tanti consensi. Me l’hanno scritto molti amici che hanno personalmente veduto Maria Gabriella ritirarsi in un portone e obbligata a difendersi da tanta irrompente simpatia. Perché tante attenzioni?, si dirà. Ma è facile: perché è una bella principessa, giovane, aperta, serena. E gli italiani sanno ritrovare certi accenti in fondo al cuore ».

Sarebbe inutile e ingiusto attendersi da Umberto giudizi meno che affettuosi sui suoi figli. Nelle censure di molti giornali sul portamento dei più giovani dei Savoia, gli sarà sempre difficile capire dove finisca l’intendimento politico e cominci lo scrupolo del cronista. Saliamo al suo fianco (ancora a destra, non si riesce a conquistare la sinistra perché lui stesso lo impedisce con cura) nelle sale del primo piano, dove si aprono studio e biblioteca. Tra tanti volumi rilegati, troneggiano quelli della raccolta numismatica di Vittorio Emanuele III. Mancano quattro volumi alla conclusione dell’opera ed Umberto se ne occupa personalmente. Su uno scaffale ci sono le foto dei figli, istantanee sorridenti come se ne donano a un papà. A fianco della scrivania due lunghe strisce a spirale di carta argentata, ruotano appese ad un filo. Sono un regalo di Maria Beatrice. Il vento le fa muovere. Sembrano avvitarsi nell’aria. Aiutano a sognare, e Umberto ha piacere che lo facciano.

«Ecco le occupazioni delle mie giornate», racconta allargando le braccia. «Sto raccogliendo le lettere del mio bisnonno Vittorio Emanuele II e finirò quando riuscirò a farmi aprire due archivi tuttora segreti». Appare incredibile che ci siano archivi chiusi all’indagine di un re. Si sentono auto passare giù nella strada davanti al mare. «Mi affaccio sempre quando sento un’auto. Ho la speranza che siano di italiani. Mi danno un tuffo al cuore». Ci viene naturale osservare: «Lei parla come gli emigranti che abbiamo visto all’altro capo del mondo». Ma Umberto con malinconia: «Però loro possono sperare in un ritorno a casa…».

Ha detto chiaramente «casa » e la parola non ci esce più dalla mente mentre «o Rei» racconta ciò che fa per sentirsi almeno idealmente nell’aria dì un tempo. A Londra, per il matrimonio di Alessandra di Kent, ha trovato il modo di raggiungere un cinematografo dove proiettavano un documentario a colori su Genova, e poi ha viaggiato fino alla Cornovaglia solo perché uno scrittore morente (non ne ha fatto il nome) voleva parlare con lui della «bella Italia» prima di morire. A Lisbona, dove va anche due volte il giorno, non manca mai né a una mostra né a un concerto italiani. Legge ogni giornale che gli giunga dall’Italia, anche le riviste universitarie, perfino quelle mediche, pur di consolarsi la vista. Non perde nessuna trasmissione in Eurovisione: ciò che ha scorto del suo Paese dietro i funerali del Papa, tanto per citare uno dei programmi andati in onda, lo ha conquistato fin nel profondo, anche se si definisce «un medievale» rispetto al progresso della nostra televisione.

Personalmente si muove: va nel nord del Portogallo, in Spagna e in Francia, fin sulla soglia dell’Italia. Tiene molti contatti ufficiali e affettuosi. Ma è il contatto di italiano qualunque con la sua patria quello che gli manca. Per questo è forse contrario allo spostamento di Vittorio Emanuele negli Stati Uniti, dove è la sede della sua banca. Vuole che anche il figlio, esiliato come lui, possa restare perfino fisicamente vicino a casa. Ed è felice dei figli di Maria Pia ed Alessandro: «Parlano italiano come noi» , annuncia con l’orgoglio del nonno. Quando siamo scesi in giardino dove ha mostrato i metasidri, piante tropicali a ciuffi di porpora piantati da lui stesso, ci ha domandato della nostra città d’origine. Ha capito dall’accento che dev’essere una città emiliana. «E’, Parma», diciamo. « Parma? », si intenerisce. «Che mesi ho mai passati da ufficiale laggiù. C’è ancora la Scuola d’Applicazione, l’hanno restaurata dai bombardamenti? E il torrente com’è: sempre tumultuoso e gagliardo come i parmigiani?».

«Sempre», rispondiamo, e siamo un po’ commossi. Tanto che, sull’onda della malinconia, osiamo: «Crede che un giorno potrà tornare a casa?».

E Umberto: «Tutto è proprio nelle mani di Dio. Ogni giorno che guardo l’Atlantico amo di più i mari italiani. Ogni sera che in qualche locale mi rimettono la bandiera davanti io vivo in Italia. Idealmente, è come se ci fossi.» E si congeda.

La sera stessa andiamo anche noi in uno di quei locali dove all’ospite viene collocata sul tavolo la bandiera del suo Paese. Sì sentono, da una vicina fortezza, le note di una tromba. Ci sono soldati in tuta mimetica che domani partiranno per l’Africa. Ed ecco la bandiera per noi: un tricolore dentro un vaso di coccio. Tre strisciette di bianco, rosso e verde, naturalmente senza scudo sabaudo.

«E’ questa la bandiera che mettete davanti a “o Rei de Italia” quando cena qui?», chiediamo.

«Certo», rispondono. Poi con un sospetto: «Perché? Non è questa la bandiera del vostro Paese?».

Giorgio Torelli