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Il referendum del 1946

Il referendum che esiliò i Savoia XIV

By Ottobre 10, 2026No Comments
Re Umberto II, Quirinale, 10 Maggio

Re Umberto saluta il popolo di Roma accorso ad acclamarlo dopo l’abdicazione di Re Vittorio Emanuele III

Il vento del nord 

Il 5 maggio ’45 ebbe luogo un incontro fra il capo del governo, Bonomi, e i rappresentanti dei partiti del nord giunti a Roma con intenzioni estremamente bellicose. Il colloquio fu burrascoso. Il governo Bonomi fu definito dagli uomini del nord “antidemocratico e anti-ciellennistico”. Era evidente ormai che il governo Bonomi aveva i giorni contati; prima ancora della sua caduta cominciò l’aspra lotta per la successione. Il 10 maggio il partito socialista pose per primo la sua candidatura.

Nenni tenne a Roma un comizio, molto abile, usando un linguaggio dimesso e bonario, enunciando propositi miti e umanitari, cercando di dissipare la sgradevole impressione suscitata nell’opinione pubblica dai numerosi e truculenti discorsi di Sandro Pertini (il quale tra l’altro aveva chiesto un giorno, in un teatro romano, addirittura la fucilazione del Luogotenente).

Nenni, a conclusione del suo comizio, disse che la candidatura socialista al governo “doveva essere considerata come il risultato di convergenze Storiche e di necessità sociali”. Per i socialisti quello era un momento estremamente favorevole. Sembrava che nessuno, all’infuori di loro, potesse prendere le redini del governo, pacificare gli animi, unire gli italiani e guidarli fiducio­si sulla via della ricostruzione. Gli estremisti del nord assordavano e sgomentavano il Paese coi loro cla­mori; sembravano potentissimi e decisi a spazzare via qualsiasi go­verno che avesse un minimo sento. re di “reazione”.

La borghesia vive­va nel terrore del comunismo, ma in generale a quell’epoca considera. va i socialisti generosi e inoffensivi apostoli di un sacrosanto progresso sociale. Un governo socialista avreb­be accontentato e rabbonito gli esa­gitati estremisti del nord; e gran parte della borghesia si sarebbe abbandonata ad esso fiduciosamente, a occhi chiusi. Poteva sembrare una soluzione ideale. Ma il partito socialista era praticamente nelle mani di uomini che non erano al­tro che quinte colonne comuniste; le correnti democratiche avevano ancora le idee molto confuse e non erano in grado di far pesare la loro influenza. Se il partito socialista si fosse impadronito del potere a quel­l’epoca, probabilmente l’Italia si sarebbe avviata lentamente verso la catastrofe. I socialisti dell’estre­ma sinistra e i loro buoni compagni comunisti si sarebbero piano piano impadroniti di tutti i posti chiave, togliendo al Paese ogni possibilità di difesa, e al momento giusto sa­rebbe avvenuto in Italia ciò che è avvenuto nelle repubbliche ora sa­telliti della Russia.

Il pericolo fu compreso e sven­tato dalla democrazia cristiana e dal Luogotenente. Umberto nell’in­timo nutriva sentimenti socialisti, però si rendeva conto che il par­tito socialista italiano, così com’era a quell’epoca, non aveva una sua funzione e una sua indipendenza, ma era soltanto un pericolosissimo strumento nelle mani del P.C.

Alla candidatura avanzata il 10 maggio dai socialisti la democrazia cristiana si oppose coraggiosamen­te, per opera di Scelba, il quale sostenne che era necessario giungere alla Costituente con un governo presieduto da una personalità che fosse al di fuori e al di sopra dei partiti. Una settimana dopo Nenni, a Milano, tornò all’attacco con mag­giore violenza, favorito dal clima politico incandescente del nord, e ripropose la sua candidatura. Que­sta volta fu De Gasperi che fece udire una ferma parola di opposizione; disse che la tesi di Scelba era la migliore, ma che se non si fosse riusciti ad attuarla, allora, in attesa che il popolo manifestasse la sua volontà con le elezioni, l’inca­rico non poteva essere affidato al­tro che alla D.C., perché un Paese interamente cattolico come l’Italia non poteva essere governato da un partito ateo e materialista.