Le penne portafortuna di Umberto di Savoia
di Ezio Saini 1952

 

Ogni giorno centinaia di lettere giungono a Cascais dall'Italia e formano un gigantesco epistolario in cui si compendiano opinioni, desideri e soprattutto richieste.

Tutti giorni, fitti stormi di lettere aprono la loro ala candida staccandosi dalle città dai borghi italiani, sorvolano l’azzurra distesa del mare e planano leggeri su una villetta tra le rocce gentilmente schiaffeggiata dall'Atlantico, «Villa Italia» le accoglie e Umberto di Savoia le legge attentamente le annota le passa ai suoi collaboratori risponde spesso personalmente.

L'Augusto Signore, come lo chiamano i componenti della piccola Corte in esilio, Sa che questo copioso epistolario è un autentico messaggero della vita italiana che gli porta notizie, affetti, ostilità, nostalgia.

Sono centinaia di lettere al giorno, un epistolario, che farebbe impallidire d'invidia D'Annunzio, che tastava il polso alla propria popolarità misurandola al metro della posta che riceveva - e tutte insieme formano anche un sorprendente caleidoscopio dei desideri umani. La maggioranza di coloro che scrivono a Umberto Savoia ha qualcosa da chiedergli.

Per alcuni giorni mi sono aggirato in questa folla di lettere e ne sono uscito con una curiosa sensazione: che molti Italiani scrivano al Re in esilio un po' con l’animo dei bimbi che inviano la letterina di fine d'anno a Babbo Natale.

Forse per questo do la precedenza a una ragazzina che vive a Roma e fa la Seconda elementare la quale, rara avis, non vuole, da Umberto nemmeno un secchiello, per la sabbia.

«Caro Re», gli ha scritto pochi giorni or sono Luciana Nardi, «sono una bambina di 7 anni e ti voglio tanto bene. Ti voglio bene che desidero (sic) vederti. Mi ànno detto che Tu a Roma non puoi venire. Io ti do un consiglio fatti dare i vestiti di un povero e tu dai i tuoi a lui e così vestito vieni a Roma. Fai sapere quando verrai che ti verremo ad aspettare alla stazione. Per piacere mi mandi la  fotografia della  principessa Beatrice della prima Comunione? Bacetti Luciana Nardi». Passi per la foto sarà già stata accontentata. 

L'abito da sposa 

Poi le intraprendenti bimbe crescono e le loro aspirazioni cambiano. La signorina Alba P. ( i lettori mi permettano di non essere indiscreto) si rivolge a Umberto, da Taranto, per annunciargli che è prossima alle nozze. « Purtroppo mi trovo a dover rinunziare all'abito da sposa, perché costa troppo. Il mio fidanzato, che è un professionista, non può fare più di quanto ha già fatto. A chi rivolgermi, o mio Re? Lei che prima di essere Re è un padre, può comprendermi. Faccia sì che io Possa quel giorno indossare l’abito banco nuziale! Vivere in Italia non è più bello perché un po’ del nostro cuore è in esilio». Posso assicurare, che questa ragazza, oggi già sposa felice in attese di un bimbo è stata tempestivamente accontentata. Da Torino invece la signorina Anna Maria R. segnala a Umberto la viva aspirazione ad essere assunta Come telefonista nello città piemontese, e gli chiede, con fervore  «una speciale raccomandazione presso il Ministro della Repubblica Spataro».

La faccenda  si fa un po’ delicata… Ma assai più perplesso deve esser rimasto l'Augusto Signore quando gli è stata recapitata nel tranquillo studio di Cascais la missiva di Albina P. da Brescia, che ha bisogno dei suo «pronto intervento per pagare tempestivamente, prima che vengono protestate, cambiali per cinque milioni», e, a mo' di codicillo, ha urgenza «di un mucchietto di francobolli esteri a per arricchire la collezione in corso dalla quale conto di  trarre, vendendola, un certo guadagno». Anche Livia M. da Napoli non scherza: le occorrono sette milioni. Ma, s'intende soltanto in prestito.

Non son pochi coloro che operano di far breccia nel cuore di Umberto rivolgendosi ai suoi figli. Il ragazzo Giuseppe D. da Milano è un coetaneo del principe, Vittorio Emanuele: «Son nato proprio nello stesso giorno, nella stessa ora è naturalmente nello stesso anno tuo, caro Vittorio. Sono studente e abito molto lontano da scuola. Son sicuro che tu mi appoggerai Presso tuo papà, e mi spedisca al più presto una bicicletta. Ho visto dalle fotografie che tu vai a scuola a Ginevra con una Fiat ...», Da Bari, Lucia D. scrive a Maria Pia, «Cara Principessa, mia figlia nel prossimi giorni deve recitare ma le manca il necessario costume spagnolo! Sono certa che Tu farai in modo che Tuo padre ce lo spedisca in tempo Vivete così vicino alla Spagna!». Renata T., di Torino, si accontenta di due belle bambole per le nipotine e conta sulla solidarietà delle principesse più giovani, Maria Gabriella e Morta Beatrice. La ragazza Maria C. da Roma punta invece su Maria Pia per avere, «prima dell’Estate, che è la stagione più propizia una moderna Lambretta». Roberto B. di dieci Anni, ricoverato in ospedale a Firenze vuole dal Re «un giocattolo per passare il tempo a letto. Lo chiedo a te direttamente, perché se mi rivolgo ai principi forse pensano che sarà un giocattolo di meno per loro…»

Incredibile è il numero di società sportive che si rivolgono al Conte di Sarre per essere aiutate a svolgere la propria attività, riattare campi di gioco, procurarsi attrezzi, football, cicli, tende da campeggio ecc. Perfino i dinamico sordomuti, organizzati in apposito comitato, gli hanno chiesto soccorso per disputare lì loro campionato di calcio. Ma la richiesta è giunta a Cascais con ritardo. Altrettanto abbondante la serie di orfanotrofi, ospizi, pie associazioni, congregazioni benefiche di suore, frati e preti, che contano su Umberto per superare le difficoltà di bilancio. La Serie si infittisce due volte l'anno, a Pasqua e a Natale.

 

 Inventori e poeti

Lo scarso aprile gli ha scritto una suora di settantacinque anni, colpita da paralisi, chiedendogli soccorso da Roma per la propria comunità: «Il Signore, nel donarmi la croce, mi lasciò, nella sua infinite bontà e misericordia incolumi le facoltà mentali e la mano destra. Con essa posso ancora scriverle, Maestà, e dirLe che la nostra Casa vive giornalmente con elemosine, che si raccolgono nei mercati, in verdura, patate e frutta, Abbiamo 40 orfanelle da mantenere... »,

I casi che trovano particolarmente sensibile Umberto sono quelli dei disoccupati. Molti gli dicono francamente: «Non mi mandi un sussidio! Non voglio denaro, voglio lavoro. Ho sbattuto la testa da tutte le parti, ho bussato a cento porte, non ne posso più. Mi aiuti Lei.» Ogni volta queste richieste tornano In Italia con una nota di segnalazione: il ministro della Real Casa, Falcone Lucifero, le passa alla sua segreteria da poco costituita in un palazzo del quartiere Prati e Roma, mettendo in movimento la rete assistenziale, costituita in questi anni, dall'Unione Monarchica Italiana che fa tutto quanto può.

Contrariamente a quanto ci si immagina le lettere di intonazione politica rappresentano una modesta minoranza. Ben più frequenti con quelle che, in termini più o meno, miracolistici espongono a Umberto progetti straordinari e audaci esperienze che naturalmente hanno bisogno di essere secondate con molti quattrini. Il napoletano Tommaso C. per esempio, è emigrato a Toronto nel Canadà, e in quel lontano paese si è dedicato giorno e notte a profondi studi «per  realizzare finalmente il grande sogno della mia vita! Si tratta di un meraviglioso fantastico ordigno capace di arrestare di botto la rotazione di qualsiasi specie di motore! Sono impaziente maestà, di Condurre a termine questa mia Magnifica macchina, che impedirà tutte le guerre  in tutti i tempi, come Lei ben intende, mi mandi al più presto, Maestà i dodicimila dollari necessari per completare l'ordigno e io tornerò trionfalmente in Italia dove lotterò fino alla morte per ridare il trono alla Casa Savoia».

Poi c'è l'immancabile teoria degli artisti e dei poeti che non hanno avuto ancora benigna la Fortuna: per continuare ad esser fedeli alla Musa hanno bisogno di una spintarella, un modesto sussidio che li aiuti a campare. Spesso inviano all'Augusto Signore saggi del loro oscuro lavoro  e son versi ingenui, osannanti zoppi anzichenò scritti a lode di Casa Savoia e della Famiglia Reale. In questa repubblica scrivono naturalmente non mi riesce di pubblicarli. Ma lo non tradisco la mia ispirazione e aspetto tempi migliori. Son sicuro che Lei mi comprenderà e mi stenderà una mano».

Ma ecco un saggio poetico, di un ancora oscuro menestrello romano: «Principe Sabaudo, viril ramo d'eroi - io Vi saluto al grido di Savoia!» A Umberto, per le sue nozze. A Jolanda per le sue nozze « Questa rosa leggiadra vien rapita - al fiorito ed italiano giardino - fiore dei fiori, di bellezza avita - raggio che splende nel candor divino».

Con  l'augurio che questa pubblicazione sia pure forzatamente succinta sia di buon auspicio per l’Autore. Il Padre Ezechia D., da Bari, ha invece una fortissima vocazione per le operette morali e pedagogiche ma a tutt'oggi esse con restate tutte regolarmente inedite perché «io sono un povero francescano, sprovvisto di mezzi. Mi faccio ardire dunque di chiederLe il Suo valido appoggio In compenso: Ogni volumetto, il cui ricavato sarà destinato ai poveri del paese, porterà la seguente scritta: Stampato dalla munificenza di S. M. Umberto Il di Savoia, Re d’Italia, oggi Duca delle Sarre.»

Desideri Singolari o addirittura bizzarri, per cui parrebbe strano che un uomo o una donna si decida a scrivere una lettera a un Re in esilio spingono invece irresistibilmente molti  italiani d'oggidì a bussare al portone di Cascais con la mano del postino. Gli è che un Re in Esilio è proprio un personaggio delle favole, e nel regno delle favole tutto è possibile tutto lecito, e  intinto di fanciullesca magia. Credereste che un austero signore con la barba bianca che si dichiari nonno felice di ben otto nipotini abbia scritto a Umberto da Palermo solo per chiedergli un piccolo motoscafo, per andare a pescare, come faceva Suo padre, l’indimenticabile Vittorio Emanuele III? Eppure gli ha scritto. O che Umberto B. di Milano gli abbia chiesto una garanzia per acquistare a rate una giardinetta, con lo scopo dichiarato di «percorrere tutta l’Italia onde far conoscere ai miei connazionali la caffettiera di nuovo modello da me inventata»? Eppure glie l'ha chiesta. Vi par probabile che il signor Carlo S. da Genova abbia spedito due missive al Conte di Sarre sollecitando la somma necessaria «per  impiantare un allevamento modello di galline livornesi»? Eppure le ha proprio spedite.

Un grande invalido di guerra, in quel di Napoli vuole un apparecchio cinematografico «per dimenticare ogni sofferenza». Un cappellano di Ferrara aspetta un grammofono per rallegrare  i tubercolotici. Battista B. da Brescia è sicuro  che un Re non Può negarmi un orologio da polso che porterò come ricordo perenne della Real Famiglia in esilio. C'è anche chi per fare un viaggio in Australia vuol essere raccomandato dal Re presso il comandante Lauro, «che tiene una grande flotta»;  c'è chi intende essere appoggiato per un posto di allevatore ippico;  chi chiede un paio di scarpine bianche  per la prima comunione delle bambine, chi vuol un aiuto per evitare lo sfratto, chi una vespa ultimo modello, meglio se col sidecar…

Costoro si ignorano a vicenda, naturalmente, ma son concordi nell'Immaginare che Umberto di Savoia tenga nascosto fra le rocce dell'aspra scogliera di Cascais un immenso sacco, colmo di ogni ben di Dio: davanti al quale basta un tocco di bacchetta magica, quelli che hanno solo gli onnipotenti maghi e Re dei bei tempi andati per far uscire tutto quanto richiedono il bisogno e il semplice capriccio.

 Anche dalle carceri molti scrivono  al Re. Pochi mesi fa un ex capitano della Milizia della R.S.I. mandava dalla casa Penale  di Civitavecchia una lettera in cui si legge :

«Molta acqua è passata sotto i ponti e molte situazioni politiche si sono chiarite. Oggi più che mai l'Italia ha bisogno di un Uomo e quest’uomo non può essere che il Re … Quando la mia condanna alla pena Capitale sembrava dovesse esser eseguita, mia moglie fu ricevuta dalla Regina, che le disse parole di fede e di speranza. Nessuno della mia famiglia le ha mai dimenticate… Nei sei anni e più di galera l’anima mia si è affinata, temprata. Sono uno, Maestà, ma uno di più. Ora oso esprimere un  desiderio: in questo inferno dei vivi riesco a dimenticare la miseria, la fame , le umiliazioni, studiando e scrivendo. Ma non ho la possibilità di acquistarmi una penna stilografica. Potrei, è vero, chiederla a qualche amico ma… non sarebbe un dono del Re. Non è assolutamente indispensabile il dono, ma lo è per me una parola di V.M. e la vostra firma. Che Iddio vi benedica.»

Per un caso, lo stesso giorno in cui giungeva al carcerato la penna di Umberto, la direzione della casa Penale lo rimise in libertà. L’ordine di carcerazione però precisava: «Libertà condizionata». La notizia, con testuale codicillo, fu data a Umberto dal Cappellano del Carcere; che gli scriveva con un’altra stilografica omaggio, chiesta al Re e ottenuta in men che non si dica. E ora si salvi chi può; tutti i carcerati chiederanno ad Umberto una penna porta fortuna…