Pubblicato l'8-9-2003 su www.telefree.it

 

Celebrazioni per il centenario della nascita di Re Umberto II
                                                                                                                                       
Il 14 Settembre si apriranno a Racconigi le celebrazioni per il centenario della nascita di Re Umberto II con il significativo gemellaggio tra le città di Racconigi, che Gli diede i natali nel 1904 e la città di Cascais, che lo ospitò tra il 1946 ed il 1983 nel suo esilio.

Entrambe le città a distanza di cento anni si onorano di averlo avuto come illustre concittadino.
La figura di Re Umberto II viene ignorata dalla storiografia ufficiale, come viene ignorata dalla stampa ufficiale la sua grandezza d’animo.
Quando si accenna al Sovrano scomparso si parla di lui come il Re di maggio, non solo perché regnò nel breve periodo compreso tra il maggio ed il giugno del 1946, ma anche per voler sottolineare un ruolo effimero nella storia d’Italia .
Tutt’altro.
Re Umberto esercitava già dall’8 giugno del 1944 i poteri sovrani dopo che Re Vittorio Emanuele III lo aveva nominato suo Luogotenente Generale.
Già dall’8 settembre Umberto, come semplice generale, si era posto al fianco ed alla testa del Regio Esercito che combatteva al fianco degli Alleati. A Mignano Monte Lungo ebbe la menzione con proposta di Medaglia d’Argento dagli americani.
E fu al fianco del CVL ( Corpo volontari della Libertà) fino al termine della guerra risalendo insieme ai soldati d’Italia la penisola che veniva man mano liberata.

Fu lui ad istituire il 16 marzo del 1946 il referendum istituzionale affinché gli italiani fossero liberi di scegliere tra la monarchia e la repubblica.

Fu lui ad invocare per primo la pace e la concordia tra gli animi divisi da una guerra civile.

Fu lui a sdrammatizzare un clima gravissimo in tutta Italia dicendo che si sarebbe rimesso alla volontà della maggioranza degli elettori liberamente espressa mentre Nenni, Togliatti, Romita e tutta l’intellighenzia livorosamente andata al potere dopo essersi nascosta per anni , minacciavano:” O la repubblica o il caos!”, alla faccia della democrazia di cui si facevano fautori.

Fu lui che messo davanti all’alternativa del subire un colpo di stato o > spargere nuovamente sangue italiano scelse di partire, VOLONTARIAMENTE , per l’esilio sciogliendo dal giuramento di fedeltà al Re quanti lo avevano prestato e vi avevano mantenuto fede nel corso di 5 anni di guerra durissima e sfortunata.

Fu lui che dall’esilio mai disse una parola che potesse mettere in difficoltà il nuovo regime, estraneo alle tradizioni nazionali.

Fu lui che fu vicino agli italiani, pur dal lontano esilio in ogni momento, fausto o infausto.
Non è di molti anni fa il mio ricordo personale di una vecchina di Formia la quale avendo scritto al Re in esilio lamentando le sue condizioni disagiate si vide recapitare , dopo poco tempo, tramite il Ministro Falcone Lucifero, nel 1956 credo, la cifra di 50000 lire. Che lei non spese mai. E come lei tantissimi altri.

Il Re fu a Marcinelle, ove perirono decine di minatori italiani, inviò, di tasca sua aiuti per decine di milioni (di allora) per la tragedia del Vajont e per gli alluvionati del Polesine.
Più volte nel corso degli anni la sua voce si era alzata per denunciare lo scempio che si stava facendo dello stato italiano e per incitare gli Italiani al rifiuto della violenza degli opposti estremismi: “Con la libertà tutto è possibile senza libertà tutto è perduto”, ammoniva.

Più faustamente, nei suoi ultimi mesi di vita gioì per la vittoria dell’Italia ai campionati mondiali del 1982 inviando ad ogni calciatore il suo personale omaggio.
Anni prima la nazionale di calcio, in Portogallo per una partita, gli rese omaggio per intero, a Villa Italia.

Fu lui a donare al Santo Padre la Santa Sindone, la reliquia più preziosa della Cristianità, da secoli patrimonio del Capo di Casa Savoia.

Fu lui a donare allo Stato Italiano gran parte dell’archivio storico di Casa Savoia, come prima di lui Vittorio Emanuele III donò la sua celeberrima e inestimabile collezione di monete, adesso dimenticata in qualche angolo della Banca d’Italia. Quella collezione, per inciso, valeva di più di quanto il Re abbia mai percepito durante i suoi 46 anni di regno. Questo per chiarire le idee a quanti accusano casa Savoia di chissà quale latrocinio.
Alla sua morte, in esilio, per lo sciacallaggio di una classe politica inetta, quando non criminale, crollata su se stessa dopo pochi anni a colpi di avvisi di garanzia, Falcone Lucifero disse: "Più grande del dolore per la morte di Umberto II deve essere il rimorso di quanti hanno privato l’Italia di questo Re".
Cento anni di Re Umberto. Il Re che ha potuto testimoniare della sua grandezza solo attraverso la silenziosa e dignitosa lontananza da ciò che amava di più.
Nella speranza che i suoi cento anni coincidano con il suo ricongiungimento all’Italia.
Nel Pantheon naturalmente.