VOLLE CHE LA REGGIA DIVENTASSE UNA CASA

 

Per la sua modestia la, Regina fu accusata, di avere "imboscata la monarchia", ma i modi semplici e la generosità della Sovrana accrebbero il prestigio della Casa regnante.



Una mattina dì metà dì settembre del 1943 la signora Rubartelli, moglie dell'Ammiraglio Comandante la Piazza di Brindisi, stava ancora in vestaglia nel suo appartamento al Comando. L'Ammiraglio era uscito presto: un radiogramma gli aveva ordinato di recarsi col motoscafo incontro alla corvetta «Baionetta», che stava per arrivare a Brindisi, e aveva a bordo « un alto personaggio ».

La signora non si preoccupava molto di chi potesse essere questo alto personaggio per il quale doveva incomodarsi il Comandante della Piazza: al massimo qualche ministro, nulla da incutere soggezione all'ospitalità della Regia Marina. Svolgeva tranquilla le attività mattutine consuete di una signora al suo risveglio, che sono sempre le stesse, anche in un appartamento demaniale. Ma arrivò di corsa, trafelata e sconvolta, l'ordinanza che era uscita con il marito, e balbettava parole confuse. Quando riuscì a farsi capire, la signora Rubartelli temette che il marinaio fosse "uscito pazzo", come si esprime in napoletano la Marina italiana. Diceva che stavano per arrivare il Re, la Regina, il Principe, e tutti quanti, lì, qui, in casa. E insisteva, spiegava, il signor Ammiraglio gli aveva ordinato di precipitarsi ad avvertire La signora Rubartelli sbalordita ed incredula, cercava di mettersi in ordine almeno le idee e nel salotto vide apparire la figura alta della regina Elena, e fu la prima, la sola che vide in quel momento nel gruppo. La signora in vestaglia accennò una riverenza dì corte, mormorando: «Vostra Maestà, vorrà scusarmi...». E la Regina le mosse incontro, l'abbracciò dicendo: «Signora, è lei che deve scusare me».

La regina Elena è tutta in queste parole e in quell'abbraccio. Direi anzi, la Regina, semplicemente, in nessun altro modo, con nessun altro stile, la regalità poteva essere salvata in una situazione così disperatamente vicina all'umorismo: e quegli snob, che per tanti anni hanno confuso la regalità con il fasto, come confonderebbero la signorilità con la ricchezza, e hanno rimproverato alla regina Elena la sua semplicità, immaginandovi una inidoneità alla posizione regale, possono ricevere questo aneddoto come una risposta e una lezione.

In quel tempo di Brindisi che cominciò così, si può cogliere la personalità della regina Elena come al microscopio. L'angustia del teatro la faceva grandeggiare involontariamente e compendiava quelli che per tanti anni, quasi mezzo secolo, erano stati i caratteri della sua regalità. Pareva quasi che l'antica semplicità di Villa Savoia assolvesse ora con indulgenza benevola la modestia della palazzina dei Comando marittimo. E pareva anche, che la grave, epidemica miseria della minuta popolazione brindisina, quei bambini seminudi, quei tuguri cadenti della città vecchia, le riassumessero intorno, sgombrando via ogni altro meno costante e meno sentito elemento, ciò che era stato l'essenziale della sua missione regale, per conservarglielo ancora quando tutto il resto agonizzava o decadeva.

A Brindisi la discrezione dei suoi soccorsi, che per decenni avevano segretamente raggiunto in ogni parte d'Italia miserie ignorate, o peggio, talmente note che nessuno le notava più, non era possibile, tutto veniva a sapersi, la somma elargita, il vestitino regalato, e di tutto ora poteva anche valutarsi il costo di industriosa tenacia, di fermezza nella volontà di essere ancora Regina almeno nel beneficare, poiché di tutto si sapeva la scarsezza e la carestia. E così la popolarità della Regina non era più soltanto questione di sentimentalismo meridionale, di abitudine secolare nell'affetto per i regnanti, ma un fitto tessuto di riconoscenze individuali.

Quasi una leggenda

Del resto Elena era stata sempre più compresa dal popolo minuto che dalle altre classi della Nazione. Ora che è morta, e che nell'esilio ha dato una così alta prova di dignitoso decoro  si disperdono le vecchie critiche che più o meno in sordina l'hanno accompagnata fin dall'annuncio del suo fidanzamento in molti salotti, e forse in taluno lasciano il posto al rimorso di aver mal compreso e interpretato. Cominciò Eduardo Scarfoglio a beffeggiare con la sua prosa non sempre responsabile la scelta della Principessa montenegrina, e raccolsero e continuarono la polemica del pettegolezzo quanti e soprattutto quante, avrebbero voluto una corte fastosa, centro dell'eleganza mondana. Ricordo il giudizio di una principessa napoletana: "La Regina ha imboscato la monarchia". E' un giudizio ben coniato e merita di essere valutato serenamente anche se per avventura si dovesse arrivare ad accettarlo in parte, giacché non vi è nulla di meno riguardoso, per la memoria dei sovrani, delle vuote apologie di parata.

Certo, coloro che ricordavano lo stile della Corte di Umberto e di Margherita non potevano troppo appagarsi di quello della Corte  di Vittorio Emanuele e di Elena. Di tutti quei piccoli e grandi riti coli i quali la monarchia celebrava la liturgia delle proprie funzioni sotto Umberto, quasi nessuno sopravvisse al regicidio. E il trottar rapido della «  Victoria», della regina Margherita, annunciato da lontano dal rosseggiare delle livree degli staffieri ai passanti del Corso: l'incontro con il «Phaeton» che Umberto guidava, e il reciproco salutarsi dei coniugi regali, il sollevarsi dei cilindro, l'inchinarsi grazioso del viso sorridente: il salotto della Regina aperto agli uomini della cultura: la toilette della Regina il giorno del derby: tutto questo diventò leggenda raccontata dalle mamme ai figli, e paragone col presente. Il quale della nuova Corte, mostrava assai poco.    

Nemica del fasto

Se la Regina proponeva un modello, era soltanto quello della buona sposa e della buona madre. Le signore ricevute in udienza, tornate a casa, alla domanda dei familiari: « Che ti ha detto la Regina?», avevano sempre la stessa risposta da dare: la Regina aveva parlato di figli. Ma l'abilità sua era di parlarne da madre e non da sovrana con un tono dimesso e amichevole, raccontando esperienze proprie, dando consigli premurosi ed esperti. Sicché la visitatrice, che molto spesso era la brava moglie di qualche funzionario rimasto come mondanità alle tombole natalizie, usciva dall'udienza fiera di essere stata disinvolta con la Regina. E a pensarci bene, questo risultato intimo non è forse capolavoro di arte della regalità meno pregevole del celebre saluto della regina Margherita allo schieramento dei cortigiani e delle autorità.

Sarebbe stato più utile un tono diverso, una monarchia fastosa o anche semplicemente elegante? Veramente la monarchia italiana ha sofferto di questo suo celarsi al pubblico e la responsabilità ne spetta in modo prevalente ai gusti semplici della regina Elena? Quanto si conosce del carattere del re Vittorio lascia piuttosto supporre che la riluttanza al fasto fosse più sua che della Regina, e fosse in lui non solo un aspetto del suo temperamento ma una meditata scelta di condotta politica, che probabilmente non gli costava molto ma si assolveva di riuscire facile con la convinzione di esser saggia.

Vittorio Emanuele non credeva nelle magie, e nella pompa ne vedeva una, vana quanto tutte le altre: credeva invece che il secolo nuovo avrebbe conservato i re, a patto di vederli più magistrati e funzionari che re di corona, e volle essere uno di questi re moderni, «alla scandinava», come si diceva.

La regina Elena aveva troppo il senso del dovere e della devozione coniugale per non sapersi imporre, se le fosse stato richiesto, il sacrificio di una esistenza di quotidiani doveri di mondanità e di etichetta. Si era formata alla Corte di Russia e non poteva trovare nulla che la intimidisse in una Corte sul tipo di quella di Umberto, tutta riempita di parlamentari borghesi com'era. Dove fossero poi  nell'Italia del '900, gli elementi per formare una Corte fastosa, non sì riesce a vedere. L'aristocrazia in rovina, l'alta borghesia assorbita nel rigoglio industriale del tempo di Giolitti, non avrebbero permesso nemmeno all'estrosità di Guglielmo II di circondarsi di splendore.

Ma dal modo di esser regina, che le fu assegnato e che indubbiamente anch'essa accettò con sollievo, la regina Elena seppe trarre tutto ciò che di benefico poteva trarsene per la monarchia. Propose un modello di regina che può dirsi creato da lei, non meno diverso dalle regine in manto di ermellino che dalle regine in giro a piedi per le vie delle loro capitali. come certe sovrane del Settentrione. Non permise mai nessuna confidenza, nessun oblio del suo rango, e nell'esercizio del bene aveva un piglio di autorità e spesso di severità che incutevano soggezione e timore e ricordavano con chi si aveva a che fare. Se la sua bontà non si smentiva mai, era però una bontà attiva e militante che si prefiggeva uno scopo e si serviva per raggiungerlo di tutto il prestigio della Corona, con la sicura coscienza delle proprie responsabilità regali. Non si limitava ad aspettare che le invocazioni delle miserie arrivassero al Palazzo Reale, ma andava a cercarle dove sapeva di poterle trovare per lo studio attento che aveva fatto delle condizioni del suo popolo; e quando le povere famiglie soccorse vedevano arrivare, nella nera automobile, accompagnata dal gentiluomo di servizio correttamente vestito di scuro, l'alta signora affettuosa e benigna, certo non stavano a guardare se il suo tailleur e il suo cappello erano alla moda o se aveva lasciato a casa il consueto piccolo mazzo di violette del quale sorridevano le eleganti: ma riconoscevano la Regina quanto se fosse stata sul trono o dietro i cristalli della berlina di gran gala.

E la prova è che la leggenda dura ancora. La prova che non è giusto il giudizio che abbia «imboscato la monarchia», la si trova nel dolore sincero che tutti hanno provato della sua scomparsa, indice sicuro della presenza che attraverso lei la monarchia si era creata nel popolo. Ma c'è di più: c'è che il tono da lei dato alla vita di Corte, quella sua vita tutta di intimità familiare appena fuori dai compiti del bene, non hanno consentito nemmeno al più feroce nemico di Casa Savoia di calunniare la Corte del Quirinale con le facili accuse della corruzione, dello sperpero, che sempre spuntano addosso ai troni caduti.

Appena la lotta contro la monarchia accennava a tentar di uscire dalle argomentazioni della politica, non trovava più un argomento che potesse servirle, un pretesto solo da sfruttare; ma doveva affrettarsi a tornare alla politica, per non essere costretta a un atto di omaggio. E se, rievocando gli anni della monarchia, gli italiani non hanno da rievocare grandi cerimonie che forse stonerebbero con i disastri che le avrebbero seguite, ma un'immagine onesta e serena di doveri severamente e puntualmente compiuti: se, l'ultima visione della Casa Reale da conservare è quella di una famiglia unita che partecipò alle gioie e ai dolori della nazione e ha saputo tener per sé i molti dolori patiti: questo è il lascito della regina Elena alla dinastia nella quale entrò appena ventenne, e vi è certamente più una vera storia, in questa semplicità, che nelle eleganze e nel fasto di altri troni scomparsi.

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