Intervista di Alfredo Ortoleva pubblicata sul settimanale Gente n 4 1976




CASCAIS, gennaio 1976


Umberto di Savoia, seduto davanti a un tavolo ingombro di libri, carte e fotografie, appare, a settant'anni, in ottima forma. Parla piano e lentamente, sorride, spesso, soprattutto ascolta. Non nasconde la sua «professione» di esule e il suo desiderio di tornare in patria. Non si rassegna a finire i suoi giorni in terra straniera, anche se i nuovi dirigenti portoghesi continuano a trattarlo con grande rispetto e gli italiani sono di casa a Villa Italia. Trascorre il suo tempo leggendo libri di storia e di saggistica, ordinando documenti, andando di tanto in tanto in Francia e in Svizzera a trovare i familiari. Delle vicende italiane sembra informatissimo. Gli pesa, tuttavia, il ruolo di spettatore; è cosciente che il tempo non lavora per lui. 
Sa che con gli anni l'istituto e l'idea monarchici sbiadiscono sempre di più; sa che i giovani non conoscono nemmeno i nomi dei personaggi più importanti della sua Casa; sa anche di certe arbitrarie strumentalizzazioni che si continuano a fare della tradizione monarchica. Sa tutto questo ed è costretto ad essere esule, soltanto esule. Al termine di ogni anno invia un messaggio agli italiani, un messaggio che viene quasi sempre ignorato dagli organi d'informazione.
Proprio dall'ultimo messaggio si avvia la nostra conversazione con Umberto di Savoia.


Dopo tanti anni, a giudicare dall'espressione del suo messaggio, «il forzato esilio», la lontananza dall'Italia le pesa più che mai. Ritiene che questo esilio possa o debba aver fine?


UMBERTO. Certo, ogni giorno mi è più amaro l'esilio, non solo per il tempo trascorso senza aver potuto rivedere luoghi e persone tutti per me cari e pieni di ricordi, ma direi soprattutto perché nelle difficoltà da affrontare e risolvere avrei potuto dare una mano anch'io. Penso che avrei potuto contribuire a mantenere una fraterna coesione tra gli italiani, sia pure attraverso le logiche diverse opinioni politiche: fraterna coesione che ritengo indispensabile per risolvere i problemi comuni, per tenere ognora presente che non possono prevalere gli interessi di singole categorie a danno di altre, se si vogliono trovare soluzioni eque e durevoli. A parte la considerazione legale e umana che l'esilio è una pena esclusa da ogni legislazione moderna. Sicché in tutto il mondo siano condannati a questa assurda pena solo io, mia moglie e mio figlio. E nei nostri confronti tale pena appare anche più iniqua giacché il referendum che decise della questione istituzionale, era stato concordato col governo fin dal giugno '44 allorché assunsi le funzioni di Re. Quale luogotenente generale di mio padre. Inoltre ancora, l'esilio è contenuto in una delle disposizioni transitorie della Costituzione repubblicana, disposizioni transitorie, che, se hanno un significato quelle definitive, dopo sei lustri dovrebbero essere ormai decadute. Devo perciò ritenere che si consideri sempre viva e presente la questione monarchica, tanto da temere il ritorno mio e della mia famiglia in Italia.


Perché definisce l'attuale ordinamento «un regime contrario alle tradizioni nazionali»?


UMBERTO. L'Italia, quale la intendiamo oggi, libera, indipendente, unita, è una realtà storica nata col Risorgimento, che ha unificato sette Stati diversi per costumi, caratteri, economia, cultura, tradizioni. Il Risorgimento fu possibile perché la mia Casa, da dieci secoli sovrana d'uno Stato indipendente, volle l'unità italiana e gettò nella grande impresa un esercito che aveva dato nei secoli molte prove di sé. Il Risorgimento fu guidato da Casa Savoia, l'unità italiana l'indipendenza dallo straniero, il progresso delle istituzioni liberali e sociali furono opera di Casa Savoia.
Sotto il suo governo libertà ed autorità trovarono nell'ordine monarchico il loro equilibrio. In un secolo, sotto l'egida dello Statuto del re Carlo Alberto, sette Stati, sette legislazioni, sette economie, vennero unificati materialmente e spiritualmente. In un secolo si vide formarsi un unico Stato italiano, una unica coscienza nazionale, che ebbe il suo centro ideale e si riconobbe nella Casa di Savoia. Come ci si può stupire se io affermo che la repubblica non ha alcuna base nella nostra tradizione nazionale? Un referendum, tipica manifestazione democratica, deve potersi svolgere in condizioni di perfetta normalità dell'ordine pubblico. Deve essere possibile ad ogni cittadino di propagandare liberamente le proprie idee e di potere poi esprimere liberamente il proprio voto. Queste condizioni non si verificarono in Italia. In quali effettive condizioni si svolsero invece la preparazione e il referendum è accuratamente e documentatamente illustrato nei due esaurienti studi di Niccolò Rodolico e Vittorio Prunas Tola, «
Libro Azzurro sul referendum 1946», Torino, 1953, e di Falcone Lucifero, « Invalidità del referendum istituzionale del 2-3 giugno 1946, Milano '66».


Quali sono, a suo giudizio, gli errori più gravi e vistosi commessi in questi anni? E chi ne sono i responsabili?


UMBERTO. Basterebbe leggere i messaggi che in questi 29 anni di esilio ho indirizzato al popolo italiano per rilevare che io tempestivamente, serenamente, ma con parole non ambigue (quali purtroppo prediligono taluni uomini politici del regime), ho sempre denunciato a tempo quello che nella complessità degli eventi e della trasformazione e del progresso dell'Italia, in una Europa unita e in un mondo pacificato, pensavo e penso che occorra fare. E fare subito e fare bene. Si leggano i miei messaggi con-tenuti nel volume che il mio fedele collaboratore Falcone Lucifero ha pubblicato nel 1966 (e che vide la prima edizione esaurita in pochi giorni sì che fu seguita subito dalla seconda, mentre Lucifero prepara la terza edizione aggiornata con i successivi miei messaggi e interventi). Dovrei citare tutto quel che ho detto, giorno per giorno, evento per evento. Ma qui mi basta ricordare (a parte il contenuto dell'ultimo mio messaggio) quello del
31 dicembre 1963, che indirizzai al popolo italiano poche settimane dopo la formazione del primo governo a partecipazione socialista. Non voglio dire che le mie parole di allora furono profetiche, ma solo dettate dalla mia conoscenza di uomini e cose e soprattutto dal mio unico desiderio di correggere errori ed evitarne altri, nell'interesse del popolo italiano verso il quale è andato e va ogni pensiero in ogni istante della mia vita. Tra l'altro, ecco cosa dicevo: «La partecipazione dei socialisti al governo, più volte auspicata e tentata dal mio augusto genitore e da me, potrà rafforzare le istituzioni democratiche, la cui stabilità è in diretto rapporto con la larghezza dei consensi, soltanto se il nuovo governo saprà, ponendosi al di sopra degli interessi di parte, affrontare e risolvere alcuni problemi fondamentali e indifferibili: assicurare il regolare funzionamento delle assemblee parlamentari contro il prevalere extraparlamentare e perciò costituzionalmente irresponsabile dei partiti; riportare l'antica rettitudine nell'amministrazione e lo scrupolo nell'erogazione del pubblico denaro; provvedere alla salvezza della moneta, soprattutto a difesa di quanti vivono di retribuzioni o rendite fisse. E non si vada incontro al grave costo di un così detto ordinamento regionale che, come dissi nel mio messaggio del 31 dicembre 1962, sarebbe molto pericoloso per l'unità nazionale, mentre urgono provvedimenti per le scuole, gli ospedali, le abitazioni e lo sviluppo delle zone depresse. Solo così potranno diminuire le apprensioni che oggi assillano tanti italiani, e l'eco delle quali mi giunge sovente e mi addolora. Solo così cesserà il timore che le libertà civili e politiche possano essere sconvolte e distrutte da moti eversivi ». Simili esortazioni le ho ripetute nei miei messaggi successivi e ogni volta con indicazioni precise di quello che, a mio parere, occorreva che gli uomini politici facessero e senza dilazioni. Tutte cose possibili, giacché è visione precisa mia e dei miei collaboratori di non evadere nelle astrazioni e nelle disquisizioni teoriche, ma di affrontare con chiarezza e decisione la realtà politica del momento. Purtroppo la situazione politica interna è da allora man mano peggiorata e mi pare di non mancare di serenità e obiettività dicendo che ciò è avvenuto per mancanza di coraggio, per tristi intrighi di sottogoverno. Sicché, a partire dal Messaggio del 28 settembre 1968 al Convegno nazionale universitario di Bologna (indetto dal Fronte Giovanile dell'Unione monarchica italiana), mi sono soffermato con particolare insistenza anche sul problema della libertà, riassumendo il mio pensiero nella frase: «Con la libertà tutto è possibile, senza libertà tutto è perduto». Chi abbia la pazienza di leggere i miei messaggi da allora fino a quello del 1974, troverà spesso ripetuta questa affermazione in cui profondamente credo. Vedo che anche lei, giornalista, ignorava quanto le dico. Non le pare che questo non sarebbe avvenuto se stampa, televisione e radio avessero adempiuto e adempissero alla loro alta funzione di informare obiettivamente i cittadini? La loro ragion d'essere è la obiettiva e completa pluralità dell'informazione.


Che cosa si sarebbe dovuto fare per evitare il dissesto economico, l'anarchia, la violenza, il disprezzo delle supreme istituzioni che contrassegnano oggi la vita nazionale?


UMBERTO. Mi pare di avere già risposto a questa domanda con quanto le ho detto finora, Posso aggiungere, se vuole, che prima di ogni affermazione e indicazione di soluzioni contenute nei miei inascoltati messaggi, ho sempre, dico sempre, avuto dai miei consiglieri e collaboratori tecnici di ogni problema, relazioni dotte e precise delle soluzioni che, date le situazioni del momento, occorreva adottare. L'Italia ha tecnici di competenza e autorità, riconosciuti ed ascoltati in campo internazionale, inascoltati purtroppo per motivi politici in campo nazionale. Non posso qui ora riassumerle le soluzioni appunto studiate di tempo in tempo per ogni problema, ma sono pronto a farlo ogni volta che lei o altri lo riterranno opportuno. Per me, democratico, studioso e Re, non vi è mai stata e non vi può essere la preoccupazione di distorcere soluzioni tecniche utili a tutta la Nazione, per transeunti motivi politici e interessi di singole categorie. Come purtroppo è accaduto in Italia in questi anni, con risultati appunto di dissesto economico, anarchia, violenza, disprezzo delle supreme istituzioni. Per me è invalicabile sempre il rispetto e la forza della legge, garanzia e limite dei diritti di ciascuno. Fondamentale per questo la indipendenza e il prestigio della Magistratura che vuole dire sovranità della legge, come ebbi a ricordare solennemente anche nel mio
proclama di doloroso commiato del 13 giugno 1946..
 


Secondo lei il processo degenerativo non è inarrestabile. Ma quali sono in concreto le vie da imboccare per riportare l'Italia al punto della legalità, al benessere economico, al rispetto delle virtù civiche e morali, che molti attualmente, sembrano ignorare del tutto?


UMBERTO. Quello che lei chiama «processo degenerativo» io lo considero, per adoperare le parole del mio messaggio del
31 dicembre 1968, «l'ansia di rinnovamento che agita il mondo e in particolare la gioventù e le classi operaie». Cioè in essa vedevo e vedo, sotto concetti che sembrano nuovi, «il costante desiderio di avanzare dell'umanità». Ma, ovviamente, chi governa una Nazione, pur tenendo conto di tutto questo, nel generale interesse non deve mai cedere su quanto riguarda i beni inalienabili della libertà e dignità umana. Il processo degenerativo si forma non già venendo incontro a giuste aspirazioni di progresso, ma solo se lo Stato crolla, se vi è la mancanza di una organizzazione pubblica capace di soddisfare con imparzialità, prudenza ed efficienza i bisogni collettivi. Sono queste le intollerabili deficienze dei governi che hanno portato all'attuale situazione. Ritengo che ciò non si sarebbe verificato con la Monarchia, istituto che rappresenta la Nazione, la raffigura nel suo passato, la riassume nelle sue più profonde aspirazioni e necessità nazionali. Essa ha la funzione di porsi arbitra suprema e regolatrice, non mai parte, nelle lotte feconde delle idee e degli interessi che si agitano nel popolo. Essa è come la bandiera che appartiene a tutti e a nessuno in particolare. Per quanto riguarda il dissesto economico cui lei fa particolare cenno, pur rendendomi ben conto della sua complessità e difficoltà, riaffermo quanto le ho or ora detto: che l'Italia ha tecnici di grande competenza ed autorità riconosciuti nel mondo intero. Ma occorre dar loro ascolto e non favorire invece storture demagogiche pretese da chi non vuole soluzioni nel nostro sistema, ma sulle rovine di questo vuole creare sistemi politici ed economici del tutto diversi.


Che significato ha l'esplicito riferimento, nel suo messaggio agli Italiani, alla stampa, alla radio e alla televisione quali fattori primari della ripresa del Paese?


UMBERTO. Il riferimento è dovuto alla mia profonda convinzione nella efficacia della libertà e pluralità della informazione, senza la quale non si ha una Nazione libera, ma un regime che nasconde o deforma ciò che appare contrario alle proprie finalità di parte. Lei può trovare un'immediata conferma a quanto mi chiede, nella condotta di parte della stampa, della televisione e della radio di fronte al mio messaggio su cui lei mi sta inter-vistando. Ecco la ragione del mio preciso riferimento: ho sì certezza nella possibilità di arrestare quello che lei chiama «processo degenerativo», ma occorre che stampa, televisione e radio combattano e non già aiutino l'opera di disfacimento dello Stato, per effetto della quale nessuno più comanda e nessuno più ubbidisce. Questo non aiuta innovazioni e progresso, ma gli eversori d'ogni libertà.