Intervista di Giovanni Mosca 1973

 

Ero a Roma per servizio, mi telefonano da Milano: "Chiedi un'udienza a Umberto di Savoia, e parti per Cascais". Bene. Seguiamo le vie protocollari. Telefono al marchese Falcone Lucifero, ministro della Real Casa. "Mi dispiace, non posso far nulla. della reazione di Umberto alle dichiarazioni ministeriali sul rimpatrio delle spoglie di Vittorio Emanuele III e della Regina Elena non so nulla. La mie regola è il silenzio. Arrivederla". Grazie. Telefono al conte Olivieri. Ottantasette anni. Una vita dedicata a Casa Savoia. Abita nell'interno di Cascais, lontano da Villa Italia."Il Signore non c'è, né so quando torni". Lo chiama così, il  Signore." Mi scriva, le farò rispondere dalla mia segretaria". Chiamo la segretaria, e da queste colonne le chiedo perdono per quanto le ho detto.

Prendo l'aereo, a Lisbona noleggio una macchina, è sera, a villa Italia lascio una lettera. Due ore dopo, all'albergo di Lisbona, una telefonata: " Il Signore la aspetta per domani mattina alle dieci".

Ventiquattro anni fa, quando egli non era in esilio che da tre, scrissi su Umberto, nella Gazzetta del Popolo, una serie di articoli della quale egli serba grato ricordo. Cascais non era allora che un pittoresco paesetto  di pescatori presso Cabo Raso, la punta più occidentale d'Europa. C'è un faro, una scritta antica "Qui finisce la terra e comincia il mare", e come in montagna crescono le stelle alpine, così qui, lungo il ciglio roccioso a picco sull'oceano, fioriscono le stelle atlantiche.

Ora Cascais è diventata un centro turistico dominato, nonostante l'inferno delle automobili, dagli squilli di tromba della monumentale caserma Salazar. Villa Italia è rimasta isolata, nascosta tra i pini  che giungono fin quasi al mare. Un vialetto di pitosfori, un edificio a due piani. Al secondo, su grandi arcate, un balcone come per mostrarsi a un popolo che non c'è. Silenzio. Malinconia. Si vede il faro di Cabo Raso.

Umberto è del 1904, ma non dimostra i suoi anni. Alto, magro, l'eleganza del Signore. La plastica ha prodigiosamente ricomposto il volto sfigurato dall'incidente automobilistico di alcuni anni orsono.

Quanti libri? - domando. Sorride. Risponde senza bisogno di parole, mostrandomi tre vastissime stanze le cui pareti sono tutte una biblioteca alta sino al soffitto. Quarantamila volumi, e ventiquattro anni fa erano soltanto poche centinaia.

Ricorda? Cominciavano a giungerle come rondini da tutte le parti del mondo.

"E giungono ancora".

Durante la guerra, la biblioteca e la pinacoteca del palazzo reale di Napoli vennero saccheggiate dalle truppe alleate. Di gran parte dei libri ci si servì per fare il fuoco. Ma parte, portati via per ricordo, vennero, più tardi, venduti dagli antiquari d'Inghilterra, d'America, d'altri paesi, i quali - visto l'ex libris di Casa Savoia ( la figura della Madonna Immacolata) - li restituirono, e continuano a restituirli, a Umberto. Ieri è arrivato il volume ancora mancante dei cinque della prima edizione della Storia d'Italia di Guicciardini.

"Perché è venuto fin qui Mosca? E infrangendo tutte quelle etichette alle quali, pur dopo 27 anni di esilio, sono rimasto fermo? Nato re, muoio re, pur non avendo altro popolo che quello degli scogli su cui vedo infrangersi l'Atlantico. Mi sono chiuso in me stesso, è la mia forza. Ventisette anni passati senza poter rivedere la terra che si è amata, e che ancora si ama, sono lunghi e duri. E' una pena terribile".

Se è ancora vietato tornare ai vivi, possono però ritornare i morti.

"Mosca cosa è venuto a fare? Il mio pensiero sulla sepoltura dei miei genitori lo conoscono tutti. A Superga no, al Pantheon si. Altrimenti le salme restano dove sono. Avrebbe per caso intenzione di indurmi a a cambiare opinione?

E perché no? Non sono mai stato Re, e certe questioni di principio, che pur comprendo mi sono lontane. Vedo nella offerta di Andreotti....

"Pensa sia stato Andreotti? Lo ricordo giovanissimo. Me lo presentò De Gasperi. Il migliore, mi disse, dei miei collaboratori: non sarà un uomo politico qualunque, gli sto infondendo il senso dello Stato; gli manca solo un po' di grinta. Ma quest'ultima frase Andreotti non la sentì."

Andreotti, prima ancora che democristiano, è cristiano. Il gesto da lui compiuto non tanto è un atto politico quanto di pietà.

"E gliene sono grato".

Anche fosse soltanto un atto politico? Anche lo avesse compiuto per guadagnarsi i voti dei monarchici che hanno aderito alla destra nazionale?

"Anche. Sono voti che debbono tornare ai partiti democratici, e se i miei morti siano serviti a questo, ammiro l'atto abile. Penso però che se anche ci sia un po' di calcolo, c'è in compenso, tanta pietà cristiana. Ed io, ripeto, sono grato, anche se non commosso. Non sono un sentimentale. Lo fossi non avrei sopportato 27 anni di esilio. Nessuno conosce l'Italia, angolo per angolo, quanto me. Nessuno immagina quanto io la rimpianga. C'è nella lingua portoghese una parola, saudade, che è qualcosa di più  che rimpianto, qualche cosa di più che nostalgia.. E' intrisa di dolore. Ma l'esilio, da noi, è di casa. Trecento chilometri a Nord di qui c'è quell'altro angolo di Portogallo dove morì Carlo Alberto".

Carlo Alberto è a Superga.

"Quando morì non era Re d'Italia. Se accettassi Superga, riconoscerei davanti a tutto il mondo che , a differenza di Vittorio Emanuele II e di Umberto I, mio padre non è degno del Pantheon."

Per la maggior parte degli italiani Superga e il Pantheon sono la stessa cosa. Quel che importa per essi è il gesto di Andreotti. Lo si giudica umano, generoso. Rompe, sia pure soltanto verso i morti, l'impietoso ostracismo nei riguardi di Casa Savoia. Se lei si ostina ad ignorarlo, corre il rischio di deludere molti, e di farsi mal giudicare anche da chi le è devoto.

"Gli italiani sono dei sentimentali. Io, qui, continuo e debbo continuare ad essere re. Vedo che non sorride. La ringrazio. L'ironia sarebbe facile. Mi si chiama il Re di maggio. Ma faccio parte di una famiglia che ha regnato per mille anni. E non un Savoia avrebbe accettato, durante tutto questo tempo, di sminuire la figura del proprio padre. Neppure, come nel mio caso di Re pressoché dimenticato, per mendicare un ritorno di fiamma e di ricordo".

Ho parlato con dei giovani. Non conoscono neppure  tutti i nomi dei presidenti della repubblica. Tanto più ignorano i Re  scomparsi prima ancora che nascessero. Si meravigliano che si parli ancora di doveroso rimpatrio delle salme. Ma poiché il governo lo ha concesso, la sua ostinazione sembra loro assurda.

"Ebbene, io, come Filippo II, assurdamente avvolto "nel manto mio regal", vado più in là di questi giovani. Che i poveri corpi di mio padre e di mia madre  giacciano in terra straniera o in terra italiana, poco mi importa. Anzi se tornassero in Italia, non potrei più andarli a trovare. Accetterei il sacrificio soltanto se li sapessi sepolti nel Pantheon. E poi, vi sono dei doveri cui non si può mancare. Io quello di venerare mio padre per quanto di grande e di glorioso ha compiuto, e di essere certo che, un giorno, su ciò che oggi gli viene addebitato come errore o colpa, la storia darà un giudizio più sereno".

Nell'attesa non esita a farsi giudicare male da tanti italiani.

"Precisamente. Fare il proprio dovere costa".

Superga, dicono molti, potrebbe essere l'anticamera del Pantheon.

"Al contrario, è stata fatta per escludere appunto, il Pantheon. Mia madre, perciò, rimarrà a Montpellier, sotto la pietra in cui non è inciso che Elena. E sa che, tempo fa, un gruppo di devoti fanatici mi fece sapere di essere pronto  a trafugare le spoglie dal cimitero di Montpellier, per portarle in Italia, da cui nessuno avrebbe  - secondo loro - più avuto il coraggio di allontanarle? Dovetti faticare molto per convincerli a rinunciare all'impresa. Mio padre rimarrà laggiù, lontano, salvo che anche in Egitto non avvenga ciò che è già  avvenuto in Tunisia, Libia, Algeria, dove molte chiese cattoliche sono diventate moschee. In questo caso sarei costretto a cercare altra sede in terra straniera. Non sono più Re d'Italia, ma per esilio ho il mondo. Non vi è Paese, tranne la mia patria, dove non potrei recarmi a deporre un fiore sulla tomba di mia madre. Domani viene a messa a Cascais? No, non vado più nella chiesa dell'Assunzione, dove nel 1949 - ricorda - lei , appena arrivato, venne a cercarmi. Ora vado nella cappella dello Spirito santo. Si vede da qui. In quel bosco di pini. Non devo uscire dalla strada. C'è un sentiero".

Umberto non è un sentimentale ma non ha un ricordo che manchi all'appello. Di cose lontane e vicine. Grandi e piccole. C'è nello studio un ritratto di Elena giovanissima, impressionante per la somiglianza e viva come se la figura fosse sul punto di muovere incontro al figlio che non aveva ancora e che ora è tanto più vecchio di quella sua madre mirabilmente messa lì dal pennello di un ottocentista. La persona è attraversata da un segno dall'estremo lembo sull'onda della spiaggia, il quale dura un attimo. Qui dura dal 1947.

"Lei, Mosca, se ne accorse subito ricorda? E segni simili notò in altri quadri."

Non è un sentimentale, ma gli piace sentirmi ripetere quello che, allora, mi raccontò. Sembra una storia scritta da Alessandro Dumas. Una bella mattina del 47, dopo poco più di un annodi esilio, si presenta a Villa Italia un marinaio pugliese. "Al porto di Lisbona c'è roba per il Re".

Era arrivato un peschereccio appartenente a un piccolo armatore di Trani. Niente pesce, ma quadri che i domestici della casa reale di Napoli, riusciti a sottrarli al piacere di distruggere delle truppe alleate, avevano, per un anno, tenuto nascosti:e poi il piccolo armatore si era offerto di portarli a Lisbona. Mare grosso, l'acqua entrava nella stiva, su quasi tutti i quadri il segno dell'onda.

Elena divisa in due, quasi cancellate le mani di Margherita. Intatto un Savoia del secolo XV, straordinariamente somigliante a Umberto.

"Vede? Eccomi lì da più di cinquecento anni, anche se il mio regno è stato così breve. Non siedo sul trono, sto qui senza speranza in una villa solitaria, ho vicina la chiesa e forse la tomba, ma leggendo tutto il possibile e parlando con i molti - oh non soltanto monarchici - che ancora vengono a trovarmi, seguo in modo particolare quanto avviene in Italia. So tutto di tutti. Mi interesso affettuosamente anche di coloro che non mi sono amici e che mi irridono. Sono italiani. Anche in loro amo il mio Paese. Dopo ventisette anni, potessi tornarci un'ora, darei quanto mi rimane da vivere. Ma è impossibile. Crudele? Oh certo. Ma i miei morti sono con me. Poche ore di volo e l'esule ancora vivo può riprendere antichi discorsi interrotti. Ma il Re di maggio è all'autunno, anzi all'inverno. Vuole che cambi? E' troppo tardi, ormai. Se anche il trisnipote "dell'italo Amleto" sia, nel suo segreto, dopo l'offerta del governo italiano, dolorosamente incerto, non può però, tradire suo padre, non può dire :"Eccovi i suoi resti, metteteli a Superga, non è degno del Pantheon. No, non lo posso dire."

Giovanni Mosca -  "Il corriere d'informazione" - 20 marzo 1973