DISCORSO PRONUNCIATO ALLA RADIO DA FALCONE LUCIFERO,  MINISTRO DELLA REAL CASA, IL 30 MAGGIO 1946 ALLE ORE 20,45 A CHIUSURA DEL DIBATTITO SULLA QUESTIONE ISTITUZIONALE.



Italiani!

Ho l'onore e la ventura di parlare per ultimo a mezzo della radio a tutti voi, prima delle votazioni del 2 giugno, giacché con queste mie brevi parole si chiude il dibattito intorno al referendum sulla questione istituzionale.

Vi do anzitutto il saluto caldo, affettuoso, memore del nuovo Re e il suo augurio fervido di benessere e di prosperità e vi manifesto il suo desiderio e la sua esortazione a che tutti vi accostiate alle urne serenamente, votando per quella soluzione istituzionale e per quegli uomini che riterrete i migliori per la ricostruzione della Patria tanto provata.

Giacché duplice è il sentimento che deve guidarci nelle votazioni: la determinazione di ricercare quella soluzione che acceleri e renda più sicura e duratura l'immancabile ricostruzione del Paese, quella soluzione che riveda, pur attraverso le nobili competizioni di pensiero, l'unità di tutti attorno alla bandiera, pervasi dalla passione di ricostruire, di intrecciare traffici, di allacciare relazioni di affari, di rifare prospero e sonante dei canti del lavoro questo Paese di proletari, di lavoratori, di contadini, tenaci, sobri, buoni, generosi.

Questa determinazione deve essere comune a tutti, qualsiasi ideale politico liberamente perseguiamo, ed è perciò il terreno comune che tutti ci può e ci deve ancora una volta unire e che rifarà il volto della Patria.

L'altro sentimento che ci deve guidare in queste imminenti elezioni è di compiere un atto decisivo per il nostro Paese, ma non drammatico né drammatizzabile, se è vero - come tutti diciamo e professiamo - che ognuno accetterà la libera determinazione della maggioranza.

Giacché questa é l'essenza della democrazia e vano sarebbe empirci le labbra di questa parola e lanciarla a ripetizione alle folle ascoltanti, se non si riaffermasse chiaro ed alto, come in Più occasioni ha solennemente fatto il nuovo Re, che, se le elezioni si svolgeranno liberamente, il responso della maggioranza sarà legge per tutti.

E allora, se così è, e non può non essere in un Paese di alta civiltà, qual è l'Italia, in cui dopo la triste esperienza della dittatura si è decisi a preservare l'essenza della democrazia, che è il rispetto da parte della minoranza della volontà della maggioranza - purché liberamente espressa, - se é così, dicevo. Perché dovremmo drammatizzare l'evento del 2 giugno che ormai ci sovrasta?

Non prestate ascolto, Italiani, alle voci dei pessimisti, degli scettici, dei desiderosi di nuove avventure dittatoriali, dei drammatizzatori di professione: accorriamo fidenti alle urne, coscienti di compiere un dovere di altissima importanza per ciascuno di noi e per i nostri figli, ma determinati a salvaguardare lo spirito della democrazia, che è rispetto delle idee altrui, perché solo così possiamo pretendere ed ottenere il rispetto delle nostre.

I giovani soprattutto e le donne e quanti per la prima volta compiranno l'atto di alta civiltà, che è l'esercizio del voto, si rendano conto che essi contribuiscono alla fondazione della nuova Italia libera e democratica.

Da due anni io sono accanto al nuovo Re e ne ammiro l'animo eletto, l'energia e la tenacia di lavoro, l'ansia di fare e di operare per il bene comune. Egli sarebbe, per la sua imparzialità, per il suo amore del bene pubblico, e ciò anche a detta del nostro presidente del Consiglio, un ideale presidente della Repubblica.

Perché allora dovrebbe perdersi il bene provvidenziale, il patrimonio ideale della Monarchia costituzionale che così compiutamente si impersona nel nostro Re, perché dovrebbe offendersi il sentimento buono e fiducioso di tanta parte della penisola con lo stracciare il Patto statutario che ci lega dall'inizio dell'unità?

Qualcuno dice che la Monarchia ci ha dato il Fascismo e la guerra.

Ascoltate la vostra coscienza, interrogate l'animo vostro e dite se in verità voi potete ripetere questa affermazione davanti a Dio.

Il Fascismo fu una rivoluzione popolare, una iniziativa repubblicana che al Paese e alla Monarchia s'impose con il movente patriottico e per gli errori e gli eccessi di quelle correnti che oggi vi invitano a una nuova rivoluzione.

Ma l'avvenire del proletariato e le sue giuste conquiste nel campo economico e sociale, non hanno bisogno di avventure, di novità e di rivoluzione; esse possono trovare e troveranno la loro attuazione in una democrazia parlamentare, nella quale il popolo si sia acquistata una maggioranza che quelle riforme voglia e persegua.

Rafforziamo quindi, in quanti l'hanno, la fede nella democrazia, facciamola nascere in quanti, per la loro giovinezza, non la conobbero ancora e non la sperimentarono. Diciamo alto e forte che ove suffragio popolare e parlamento funzionino, le libertà sono garantite e ogni progresso sociale si può raggiungere.

Questo è il regime di libertà per il quale Giacomo Matteotti cadde, segnacolo e vindice d'una vera democrazia parlamentare.

Ebbene, per una democrazia siffatta ci sono ostacoli da parte dell'Istituto monarchico? E quali sarebbero questi ostacoli?

Esaminiamo pacatamente la questione, senza preconcetti risentimenti, sulla base dei precedenti e degli esempi italiani e stranieri.

In Italia, quando la monarchia si è opposta a quel che fu voluto dalla maggioranza del Paese, espressa nella sua Camera dei Deputati?

Mai, posso rispondere con serena coscienza ed è la maggioranza parlamentare quella che conta e deve imporre al Capo dello Stato, al Re, la linea da seguire, secondo la costituzione. Se il Parlamento funziona, fratture non possono accaderne: il Parlamento che legifera, non il Re, il Re sanziona quello che  il Parlamento ha deliberato e che il Governo - espressione della maggioranza del Parlamento - eseguirà nell'interesse comune.

E allora? Che forse in una repubblica democratica avviso qualcosa di diverso?

Esaminiamo quanto è avvenuto in Europa negli ultimi decenni e in particolare in questo tormentato dopoguerra. E ciò con tutto il rispetto per gli altri Paesi, i quali indubbiamente hanno il diritto di darsi i governi che vogliono e senza la minima intenzione di voler interferire nelle cose che riguardano gli altri popoli, anche perché penso che questo principio della non ingerenza negli affari degli altri Stati, che oggi pare dimenticato debba essere alla base del nuovo mondo affratellato e unito che tutti auspichiamo.

Ebbene, quali deduzioni si devono trarre? Guardatele le repubbliche oggi esistenti in Europa e confrontatele con gli antichi regni che ancora si conservano e prosperano nel nord del nostro continente.

Parlamenti, libere elezioni, controllo delle opposizioni, libertà di stampa e di critica, esistenza di più partiti dove si trovano ancora? Forse nelle vecchie e nuove repubbliche? Via, non falsiamo la storia antica e recente; le libertà parlamentari, i regimi veramente democratici sono oggi in Europa conservati solo eccezion fatta per la Confederazione Svizzera, che si trova in specialissime condizioni - nei sei regni del nord, in Inghilterra Belgio, Olanda, Danimarca. Svezia e Norvegia e in molli di questi, i partiti socialisti democratici hanno potuto conquistare la maggioranza del parlamento attraverso libere elezioni, e ora come proprio in questi giorni nel regno di Inghilterra - stanno procedendo a riforme tipicamente socialiste, quali la nazionalizzazione delle miniere e di altre industrie di pubblica utilità.

Nei liberi parlamenti di questi liberi paesi, le voci delle opposizioni si sono alzate nobili, alte, coraggiose, ma non hanno impedito l'attuazione di quanto la maggioranza ha voluto.

Noi aneliamo appunto, lavoratori d'Italia, ad una Monarchia sul tipo di quelle del nord Europa, in cui ogni progresso, ogni riforma, anche la più ardita, è possibile e non spaventa nessuno, anche coloro che la contrastano, perché attraverso il libero gioco parlamentare e le libere elezioni, ogni minoranza di oggi può a sua volta divenire maggioranza domani, e può riformare quel che voluto oggi da altri abbia dato cattive prove. In tal modo non sono necessari torbidi e rivoluzioni, ma libere lotte di popoli liberi, urti fecondi di idee, attraverso la libera stampa, attraverso il libero parlamento, apertamente, onestamente ed anche - diciamolo pure - serenamente, senza cipigli truci e minacce di apocalittiche stragi e rappresaglie.

Troppi lutti e troppe rovine ha già immeritatamente sofferto questo Paese, troppi processi e troppe condanne: non è così che ci si affratella e che si ricostruisce. Il gesto di clemenza che, attraverso una larga amnistia, abbracciante i reati dei partigiani e quelli degli ex-gregari fascisti, era ed é nell'intenzione del nuovo Re (ed anzi voleva essere il suo primo gesto), questo e questo solo voleva dire: Italiani, fratelli, dimentichiamo le passate divisioni, dimentichiamo le lotte intestine che han fatto piangere tante madri, ritroviamoci di nuovo fratelli pacifici e non più rissosi, guardiamoci negli occhi ancora velati di tristezza e di dolore, serriamoci la mano in una promessa di vera fratellanza cristiana, col proposito fermo e deciso di considerarci fratelli sempre e ad ogni costo, con la determinazione di volere riprendere fianco a fianco col viso sorridente, se pur solcato da rughe che non si cancellano, col braccio saldo e il cuore aperto, il cammino del lavoro comune, per la ricostruzione di questa nostra martoriata ma immortale Italia, unita in un regime libero, parlamentare, progressivo, sotto la guida moderatrice del nuovo giovine Re, Umberto II.