Intervista a Roberto Cantalupo apparsa il 17 giugno 1950 su “Il Governo”

 

 

 

Come considera Vostra Maestà il problema sociale?

Essenziale per lo stato moderno. Ritengo che ad esso si possano dare due soluzioni atte ad esser contenute nella nostra civiltà.

Ma per quale via pensa Vostra Maestà che si possa arrivare ad una di tali soluzioni.?

Re Umberto desidera entrare nel vivo, ma pone una premessa che è quasi una pregiudiziale:

Io non posso evidentemente formulare precisazioni programmatiche, le quali richiedono la competenza specifica di economisti, sociologi e politici; peraltro sono fermamente convinto che la soluzione sarà condizionata anzitutto dal realizzarsi di un’atmosfera di pace e di concordia nazionale.

La conversazione comincia a snodarsi, corrente. Il Re nota che se si riconosce nella Patria un'unica grande Famiglia che ha un comune patrimonio di ideali, derivante da una comune tradizione storica, soltanto allora sarà legittimo chiudere sacrifici a chi più ha, e disciplina a tutti. Re Umberto crede che il giorno in cui il nome di Patria riacquisterà il suo pieno significato, sarà più agevole trovare il giusto contemperamento tra interessi che sembrano opposti, per giungere ad un superiore accordo di orientamento.

Re Umberto ha osservato, a questo punto, che ogni forma di misoneismo contiene un sottinteso particolaristico che oggi non ha più ragione di esistere. Il mondo attuale è un mondo di lavoro e di iniziative, nel quale i mezzi di produzione hanno assunto un dinamismo prima sconosciuto. Nessuno può quindi pretendere di asserragliarsi dentro schemi che non corrispondono più alla realtà.

Al nostro tempo, a noi uomini di oggi”, dice il Re, preme difendere soprattutto i valori spirituali e storici del popolo italiano, quei valori che ne sono l’essenza originale ed immutabile. Quando essi siano sicuri e consolidati, tutte le altre questioni – l’ordinamento sociale, la distribuzione della ricchezza, il formarsi e l’affermarsi di una classe dirigente, la struttura stessa dello Stato – si assesteranno organicamente. Si eviti il pericolo di tradire il nostro retaggio di civiltà, e allora le costruzioni più audaci, i sistemi più diversivi comporranno in un armonia superiore, che non darà luogo a fratture, ma rappresenterà una continuità in coerente sviluppo.

Ho allora domandato al Re che cosa Egli pensa del persistere in Italia delle agitazioni sociali, e del pericolo che esse possono rappresentare per la coesione morale del Paese.

Il popolo Italiano”, ha risposto il Re, “possiede due caratteristiche essenziali: l’intelligenza e la bontà; bontà scaturita dalla sua fede cristiana e dal suo senso atavico di giustizia.

Il Re ha specificato il suo pensiero osservando che una convulsione contingente, prodotta in Italia come in altri Paesi dalle conseguenze economiche e psicologiche di una lunga guerra, non deve essere riferita al temperamento naturale di un popolo nelle sue condizioni normali. La crisi acutissima ha lasciato soltanto un profondo desiderio di porre termine ai patimenti e ai risentimenti. Il Re ha soggiunto che indubbiamente lo stato d’animo attuale degli italiani si riassume nell’aspirazione alla pace e nella osservanza delle leggi da parte di tutti.

Sicché Vostra Maestà – ho domandato – non crede alla fatalità dell’odio di classe?

Codesta”, ha risposto il Re, “dovrebbe essere considerata una frase priva di significato in un Paese che non ha mai conosciuto una vera e propria divisione di classi. Forse che, per esempio la nostra borghesia (termine, del resto, assai elastico) fu mai una classe chiusa? Essa si alimentò naturalmente dei progressivi apporti degli elementi popolari più capaci e più intraprendenti.

 Non credo che esista un altro paese in cui la distanza morale fra i diversi strati sociali sia stata o sia minore che in Italia.

Fra i tanti esempi che si potrebbero citare, mi piace ricordare specialmente quello delle Forze Armate, con il naturale affiatamento fra i quadri e le truppe; affiatamento che ha portato costantemente vantaggi durevoli per il Paese. Anche quello è stato frutto del temperamento italiano, incline a cordialità ed equità.

Il Re, appassionato e illuminato studioso della storia del Risorgimento, non ha mancato di accennare al contributo che le varie classi sociali diedero alla causa del riscatto nazionale. Egli ha rammentato che le classi colte, notoriamente, prodigarono il contributo massimo in ragione del loro superiore livello di istruzione e condizione economica. Egli ha seguitato testualmente:

Dal ceto degli studiosi e dei professionisti, come da molte delle grandi famiglie storiche, uscirono i pensatori e gli agitatori, i martiri e gli eroi. Questo splendido vanto della borghesia italiana del Risorgimento non può essere mai dimenticato, così come si devono sempre ricordare e onorare anche le migliaia di popolani che si immolarono sui campi di battaglia, soldati del Re o volontari di Garibaldi o combattenti sulle barricate di Milano, di Brescia, di Bologna, sugli spalti di Marghera…”.

Il Re ha ricordato che l’ansia di colmare il fossato tra le varie classi fu una delle generose speranze del Risorgimento ed è rimasta come uno dei più forti motori della nostra storia. Elevare il popolo soprattutto nell’elemento giovanile fu fin da allora un postulato profondamente sentito dagli uomini più chiaroveggenti. Basta pensare ai tanti aspetti di questo problema toccati dalla predicazione mazziniana, come pure ai larghi consensi e aiuti che trovò l’imponente azione educatrice di Don Bosco per la formazione spirituale e tecnica di valenti operai specializzati.

Tuttavia, Maestà, - ho osservato - ad un certo punto è incominciata la lotta di classe.

Il Re ha rammentato allora ciò che accadde quando cominciò la trasformazione industriale del Paese, e furono messe via via a coltura vaste terre risanate dalle bonifiche. Non mancarono nei primi tempi da una parte e dall’altra errori ed eccessi, peraltro so deve ammettere che il movimento fu, tutto sommato, benefico nel processo evolutivo del popolo italiano.

“Le masse operaie”, ha proseguito il Re, “entrarono nel circolo dell’attività politica, acquistando una coscienza sempre più chiara della dignità umana e migliorando il tenore di vita e la loro istruzione.”

Egli ha continuato col dire che, dal canto loro, industriali e proprietaria agrari compresero attraverso l’esperienza come fosse loro interesse e dovere perfezionare le proprie aziende così da condurle a un rendimento sempre maggiore: questo permise ad esse di prosperare e in pari tempo di soddisfare le esigenze oneste e ragionevoli delle masse stesse. I lavoratori qualificati e in possesso di un serio tecnicismo presero abitudini e mentalità di un grado superiore a quello fino ad allora occupato nella scala sociale. E quanti operai, in quella nuova situazione, divennero capi e padroni di piccole e medie industrie!

E vi furono coloro che conquistarono il rango di capitani di alcune delle maggiori industrie mentre numerosissimi fittavoli e mezzadri riscattarono con i loro risparmi i poderi da essi stessi lavorati.Erano nuovi strati che si aggiungevano alla classe superiore; era un movimento non tanto a combattere questa, quanto a confondersi con essa.

Poi il Re ha continuato:

E’ quella metamorfosi produttiva e sociale, che portò il Paese a un alto livello di prosperità generale, avvenne durante i primi quindici anni del Regno di mio Padre, e (non ho motivo di tacerlo) per Suo personale impulso”.

E’ un momento nuovo, diverso, patetico e severo, nella nostra conversazione. Il mutamento d’atmosfera è sensibile. In questo momento il Re e figlio, soltanto figlio. Re Umberto si è fatto silenzioso, ha abbassato il capo. Un’onda di memorie lo commuove manifestamente. Ma si contiene e riprende, con la stessa calma nella voce e nello sguardo:

Dopo la guerra 1915-1918 ci fu la suggestione di un mito. Questo esasperò un estremismo che rinnegò il metodo gradualistico dei vecchi socialisti e soppresse quella effettiva cooperazione che aveva finito per stabilirsi, attraverso inevitabili contrasti, fra la borghesia produttrice e le organizzazioni operaie. Del resto” ha aggiunto “bisogna pure intendersi sul significato di certe parole. La borghesia è principalmente il numerosissimo ceto medio, modestamente abbiente, o non abbiente, che rappresenta generalmente la elite’ della cultura e sopporta con il suo lavoro una parte assai notevole dei pesi dello Stato; ed è borghesia la massa di tutti coloro che servono lo Stato, ricevendo, per forza di cose, uno scarso trattamento che bisognerebbe adeguare per quanto possibile agli sbalzi del costo della vita.

Non si deve dimenticare che dalla borghesia sono uscite le schiere degli ufficiali di complemento che parteciparono alle guerre d’Italia”.

Ma quella borghesia, già tanto impoverita corre il rischio di essere proletarizzata.

No”, ha dichiarato il Re con voce ferma e grave, “ ciò non deve avvenire poiché la questione non consiste nell’abbassare una classe, bensì nella volontà di innalzarne un'altra. La borghesia è una forza costruttiva, indispensabile per la vita del Paese. Ritenere necessaria la salvezza della borghesia e insieme auspicare la ordinata elevazione morale e materiale del proletariato non rappresenta affatto una contraddizione, e neppure un miraggio utopistico, per chi ama e stima l’intero nostro popolo, e desidera ardentemente il benessere e la concordia di tutti gli italiani”.