TRENT'ANNI DI ESILIO

di Alfredo Ortoleva


 
dal settimanale « Gente », Milano, 26 gennaio 1976, I parte

 

Dopo tanti anni, a giudicare dall'espressione del suo messaggio per il 1976, 'il forzato esilio', la lontananza dall'Italia le pesa più che mai. Ritiene che questo esilio possa o debba aver fine?
 

" Certo, ogni giorno mi è più amaro l'esilio, non solo per il tempo trascorso senza aver potuto rivedere luoghi e persone tutti per me cari e pieni di ricordi, ma direi soprattutto perché nelle difficoltà da affrontare e risolvere avrei potuto contribuire a mantenere una fraterna coesione tra gli italiani, sia pure attraverso le logiche diverse opinioni politiche: fraterna coesione che ritengo indispensabile per risolvere i problemi comuni, per tenere ognora presente che non possono prevalere gli interessi di singole categorie a danno di altre, se si vogliono trovare soluzioni eque e durevoli.


" A parte la considerazione legale e umana che l'esilio è una pena esclusa da ogni legislazione moderna, sicché in tutto il mondo siamo condannati a questa assurda pena solo io, mia moglie e mio figlio. E nei nostri confronti tale pena appare anche più iniqua giacché il referendum che decisi, della questione istituzionale, era stato concordato col Governo fin dal giugno 1944 allorché assunsi le funzioni di Re quale Luogotenente Generale di mio Padre.

Inoltre, ancora, l'esilio è contenuto in una delle disposizioni transitorie della Costituzione repubblicana, disposizioni transitorie, che, se hanno un significato quelle definitive, dopo sei lustri dovrebbero essere ormai decadute. Devo perciò ritenere che si consideri sempre viva e presente la questione monarchica tanto da temere il ritorno mio e della mia famiglia in Italia ".

Perché definisce l'attuale ordinamento un 'regime contrario alle tradizioni nazionali'?

"L'Italia, quale intendiamo oggi, libera, indipendente, unita, è una realtà storica nata col Risorgimento, che ha unificato sette Stati diversi per costumi, caratteri, economia, cultura, tradizioni. Il Risorgimento fu possibile perché la mia Casa, da dieci secoli sovrana d'uno Stato indipendente, volle l'unità italiana e gettò nella grande impresa un esercito che aveva dato nei secoli molte prove di sé. Il Risorgimento fu guidato da Casa Savoia, l'unità italiana, l'indipendenza dallo straniero, il progresso nelle istituzioni liberali e sociali furono opera di Casa Savoia. Sotto il suo Governo libertà ed autorità trovarono nell'ordine monarchico il loro equilibrio. In un secolo, sotto l'egida dello statuto del Re Carlo Alberto, sette Stati, sette legislazioni, sette economie, vennero unificati materialmente e spiritualmente. In un secolo si vide formarsi un unico Stato italiano, una unica coscienza nazionale, che ebbe il suo centro ideale e si riconobbe nella Casa di Savoia. Come ci si può stupire se io affermo che la repubblica non ha alcuna base nella nostra tradizione nazionale? ".

Quali sono, a suo giudizio, gli errori più gravi e vistosi commessi in questi anni? E chi ne sono i responsabili?

" Basterebbe leggere i messaggi che in questi 29 anni di esilio ho indirizzato al popolo italiano per rilevare che io tempestivamente, serenamente, ma con parole non ambigue (quali purtroppo prediligono taluni uomini politici del regime), ho sempre denunciato a tempo quello che nella complessità degli eventi e della trasformazione e del progresso dell'Italia, in una Europa unita e in un mondo pacificato, pensavo e penso che occorra fare. E fare subito. E fare bene. Si leggano i miei messaggi contenuti nel volume che il mio fedele collaboratore Falcone Lucifero. ha pubblicato nel 1966.

" Dovrei citare tutto quel che ho detto, giorno per giorno evento per evento. Ma qui mi basta ricordare (a parte il contenuto dell'ultimo mio messaggio), quello del 31 dicembre 1963, che indirizzai al popolo italiano poche settimane dopo la formazione del primo governo a partecipazione socialista. Non voglio dire che le mie parole di allora furono profetiche, ma solo dettate dalla mia conoscenza di uomini e cose, soprattutto dal mio unico desiderio di correggere errori ed evitarne altri, nell'interesse del popolo italiano verso il quale è andato e va ogni pensiero in ogni istante della mia vita.

" Tra l'altro, ecco cosa dicevo: 'La partecipazione dei socialisti al Governo, più volte auspicata e tentata dal mio Augusto Genitore e da me, potrà rafforzare le istituzioni democratiche, la cui stabilità è in diretto rapporto con la larghezza dei consensi, soltanto se il nuovo Governo saprà, ponendosi al di sopra degli interessi di parte, affrontare e risolvere alcuni problemi fondamentali e indifferibili: assicurare il regolare funzionamento delle assemblee parlamentari contro il prevalere extra-parlamentare e perciò costituzionalmente irresponsabile dei partiti; riportare l'antica rettitudine nell'amministrazione e lo scrupolo nell'erogazione del pubblico denaro; provvedere alla salvezza della moneta, soprattutto a difesa di quanti vivono di retribuzione o rendite fisse. E non si vada incontro al grave costo di un così detto ordinamento regionale che, come dissi nel mio messaggio del 31 dicembre 1962, sarebbe molto pericoloso per l'unità nazionale, mentre urgono provvedimenti per le scuole, gli ospedali, le abitazioni e lo sviluppo delle zone depresse. Solo così potranno diminuire le apprensioni che oggi assillano tanti italiani, e l'eco delle quali mi giunge sovente e mi addolora. Solo così cesserà il timore che le libertà civili e politiche possano essere sconvolte e distrutte da moti eversivi".

"Simili esortazioni le ho ripetute nei miei messaggi successivi e ogni volta con indicazioni precise di quello che, a mio parere, occorreva che gli uomini politici facessero e senza dilazioni. Tutte cose possibili, giacché è visione precisa mia e dei miei collaboratori di non evadere nelle astrazioni e nelle disquisizioni teoriche, ma di affrontare con chiarezza e decisione la realtà politica del momento".