Dichiarazioni di Umberto sul Fascismo e la guerra


 

Cascais, sabato sera.

«E’ mio fermo intendimento, ha dichiarato ad un giornalista italiano che lo ha intervistato a Lisbona Umberto II, non occuparmi dello vicende e delle attività dei partiti italiani. Una considerazione generica, applicabile, credo, ovunque esistano posizioni monarchiche, è che se esse vogliono organizzarsi in partiti debbono farlo sulla base di idee, di programmi politici ben definiti, indipendentemente dalla pregiudiziale costituzionale.

«Mi rendo anche conto che possano svolgere attività politica utile in seno a partiti non monarchici, cittadini che, per motivi personali insindacabili, non giudichino attuale la questione istituzionale. I monarchici i quali riescono ad organizzarsi e a darsi - in ambiente avverso - consistenza e attività apprezzabili, sono benemeriti della causa.

«Auguro che la comune fede monarchica di partiti e di uomini con programmi e tendenze anche contrastanti, li consigli a una grande tolleranza reciproca.

«Non sono stato mai per la teoria del "tanto peggio tanto meglio", ha continuato Umberto II, «non considero nemmeno, nella più deprecata ipotesi, di ricostruire le fortune delle dinastia sulle disgrazie del Paese. Perciò auguro successo all'opera di governo.  Se dovessi riprendere il mio posto in Italia non lo farei che col pieno consenso di tutti come arbitro supremo di dissensi che si rivelassero insanabili».

«La Monarchia», ha continuato Umberto, «non si identifica con alcuna fazione: si colloca al disopra di tutti i partiti. Suo compito è assicurare un  pacifico avvento al potere degli uomini e dei gruppi liberamente designati dalla volontà popolare».

«Non è colpa della Monarchia se durante la dittatura questa fondamentale regola democratica non ha potuto essere applicata. Nel 1922 la quasi totalità dei consiglieri della Corona, e gli uomini rappresentativi dei partiti di governo,   chiese al Sovrano di non ostacolare l'avvento al potere del fascismo.


   «Costituzionalmente Vittorio Emanuele III non credette di andare contro la loro opinione. Si è detto, credo a ragione,  che se mio padre avesse, in quella occasione, tentato di far prevalere i suoi sentimenti personali si sarebbe posto sulla via del colpo di stato e avrebbe preso posizione contro l'opinione dominante rappresentata costituzionalmente da quei ceti politici che allora acclamavano e accettavano deliberatamente il fascismo e gli cedevano il passo.

«Per conto mio, ha continuato Umberto,  non desidero dare alimento a polemiche di sorta. Il giudizio sui fatti noti e ignoti, e sulle mio stesse decisioni, lo darà la storia. Voglio però riaffermare che su questi avvenimenti hanno pesato ostilità diverse, spiegabili nell'immediato periodo seguito alla caduta del fascismo, e giudizi affrettati all'interno ed all'estero sull'ufficio della Monarchia nell'ultimo ventennio.

«E‘ certo che la Monarchia, in tempo utile e non sospetto, manifestò alle grandi Potenze la possibilità di porre termine alla guerra e alla dittatura. Non fu per colpa e fatto della Monarchia se soltanto nel luglio '43 fu reso attuabile un cambiamento radicale. E si debbono egualmente attribuire anche all’iniziativa e al senno di mio padre la disciplinata e coraggiosa esecuzione dell’ armistizio; la necessità della dichiarazione di guerra alla Germania, la felice collaborazione con gli Alleati delle gloriose armi italiane. Il pensiero rifugge dall'esame di un così tragico evento. Dio risparmierà all’umanità lo sterminio nel quale andrebbero perduti tutti i beni della civiltà. Una nuova guerra sarà evitata dall’istinto di conservazione e dal costume democratico delle grandi nazioni vittoriose».

«Io non posso e non voglio giudicare  la condotta di Vittorio Emanuele III durante il ventennio fascista. La storia lo farà meglio di noi, soprattutto quando saranno a conoscenza gli sforzi del Sovrano per imprimere un diverso indirizzo alla politica del Paese in quel periodo».

 

La Stampa 4-5 settembre 1948