Umberto di Savoia

Luogotenente Generale

di Nino Bolla

Napoli 1944

1

Ho meditato molto prima di decidermi a tracciare questo «profilo» del successore di Vittorio Emanuele III. Mi teneva indeciso, non l'argomento in se stesso, ma un pensiero vergato sul manoscritto del mio romanzo biografico Eleonora Duse; e cioè: «Cinque mesi di contatto con la politica, in un'atmosfera tanto rovente quanto artificiale, mi hanno fatto comprendere come il mondo abbia una sola cosa pura: l’Arte».

Avevo deciso quel giorno di lasciare, mea sponte, la direzione dei servizi stampa del Governo. Non si può servire in letizia uomini costretti a vivere spesse volte nella tristizia.

Confesso che la mia determinazione era maturata dinanzi alla offensiva cartacea artatamente inscenata e comiziescamente condotta contro S.A.R. il Principe di Piemonte a mo­tivo di una frase mai pronunciata in una cosiddetta «intervista» non riveduta dall' inte­ressato prima della pubblicazione. O meglio (anzi: peggio) non potuta rivedere prima della pubblicazione: copia dell'articolo venne inviata al futuro Luogotenente Generale quando già l’intervista era apparsa sul Times. Lealmente il giornalista straniero, dopo pochi giorni, smentì sullo stesso quotidiano quella frase che aveva suscitata la gioia sadica dei soliti pro­fittatori delle occasioni mancate.

Recatomi a Ravello per far conoscere al Sovrano la mia decisione, seppi che il Principe era quel giorno ospite del Re e della Regina. Espressi il desiderio di vederlo, mi ricevette nel suo appartamento privato, il più semplice del mondo, nella più incantevole e raccolta cittadina del mondo.

Avevo riportata della mia visita a Sua Maestà una impressione non facilmente dimen­ticabile: di là dal Re, che lasciava un trono te­nuto per tanti anni (e così gloriosamente quando l’Italia, tutta unita, malgrado i tentennanti delle retrovie e le accese diatribe interne lon­tana ancora dai profittatori della vittoria, fra il 1915 ed il 1918 aveva scritto a mezzo dei suoi figli migliori le più belle pagine della nostra storia moderna) s'era profilato l'uomo, capace di soffrire in silenzio tutto il dramma del suo Popolo e della Sua Casa senza perdere quella calma e quel sorriso che contraddistin­guono anche nei momenti più gravi le persone d'una levatura mentale superiore. Il «bene del Paese». Ecco una frase eh' Egli ha servita, ritirandosi in umiltà; mentre molti altri l'hanno semplicemente pronunziata, e forse senza nep­pure sentirla.

Allor che parlava, io ricordavo fuggevol­mente le frasi del colloquio precedente, con­cessomi a Brindisi in febbraio; quando s'era intrattenuto su l'opera filosofica di Croce e sui volumi storici di Omodeo con una conoscenza di causa e una serenità di giudizio che pote­vano sembrare almeno sorprendenti dinanzi all'azione degli stessi, specie del secondo, come uomini politici. E, d'un tratto, l'accenno agli avvenimenti per cui io mi trovavo là a rife­rire. «Anche nel 1848 gli attacchi alla Mo­narchia furono aspri, più ancora di questi... Conservo un volume, di cui esiste una sola copia, l'ho riletta... Dopo la tempesta ritornò il sole...».

 

Lo vidi sorridere, d'un sorriso melanconico: quasi presagisse, ma senza allarmarsene — scor­gendo nel Figlio la continuità di una missione millenaria — che la tempesta odierna avrebbe potuto richiederGli un sacrificio estremo, a doloroso coronamento di un dovere che dal 1900 al 1922 era stato senz'ombra. Altri 22 anni passarono poi, e il tradimento di un megalomane — italiano, purtroppo — che tutti ingannò e nessuno di noi seppe fermare a tempo, li ha bruttati con ipocrisia feroce as­servendo la più latina delle nazioni alla più barbara delle ideologie. Soltanto la storia potrà domani pronunciare la sentenza definitiva sulle responsabilità — dalle quali non sono esclusi gli assenteisti e i profittatori del danno seguito alla beffa — di ciascuno di noi, grandi e piccoli, di fronte al disastro che ha colpito l’Italia. (Ricostruire! E ancora taluno, più o meno incoscientemente, vorrebbe demolire su le rovine di ieri...).

2.

Alto, slanciato, il Luogotenente Generale ricorda nella finezza dei lineamenti la Madre, e ne la salda figura la prestanza fisica dei migliori Savoia. Ovale delicato e maschio al tempo stesso; occhi scuri, soffusi di quella bontà che spicca pure nel sorriso: ma a tratti nelle pupille è un balenio che rivela una forza interiore inopinata.

«Se qualcuno osasse venir qui a dirmi che io ho chiamato il popolo italiano responsa­bile della guerra.... lo scaglierei fuori della finestra».

La frase, secca e precisa, che rivela il Sol­dato, tanto fiero quanto sdegnoso, mi giunge oltremodo gradita. Non il ragazzo, delle ormai viete oleografie borghesi od internazionalistiche, ma il combattente, deciso e sicuro, è dinnanzi a me. Consapevole della enorme responsa­bilità che Gli compete — specie in questi momenti — Egli rifiuta l'offesa, non accetta il compromesso; reagisce alla menzogna, pro­clama la verità; è l’Uomo, che tutti aspetta­vamo. Tutti, cioè coloro che sono in buona­fede, vale a dire la maggioranza. (Il ragazzo appartiene ai ricordi di ieri, o alla realtà inventata oggi da coloro che agiscono in malafede).

Per tracciare un profilo completo del Luo­gotenente Generale, occorre risalire agli inizi, ed inquadrare il fanciullo e l'adolescente nella esatta cornice dei suoi primi anni e dei suoi studi, anche delle sue prime esperienze, affinché 'il' ritratto a parole riesca non soltanto efficace, ma veritiero.

Nato a Racconigi il 15 settembre 1904, Gli toccò lo stesso nome di quel leggendario Biancamano che affacciandosi agli albori di questo millennio sui contrafforti della stu­penda Valle d'Aosta, spinse il. proprio sguardo in una visione profetica verso le terre sotto­stanti, unite mano a mano dai suoi gloriosi discendenti.

Umberto di Piemonte respirò bambino la più pura aria montana fra gente che ama molto lavorare e poco discutere, quadrata e seria, diffidente per natura, onesta per istinto, attaccata alle tradizioni, fiduciosa nei valori autentici e nelle risorse effettive. E disposta, sempre, a tendere la mano lealmente a chi della lealtà sa farsene una ragione più che una scusa.

Non è possibile non memorare, sia pure fuggevolmente, i nomi risonanti che propizia­rono a una tal nascita: dagli Oddone agli Amedei, da Umberto il Santo al Conte Grande, al Conte Verde al Conte Rosso... dalla marchesana Adelaide fino alla più intellettuale delle Regine, Margherita di Savoia, nel cui viso fi­nissimo e spiritualissimo i feriti della Grande Guerra del 1915-1918 individuarono il volto stesso della Patria chino amorevolmente su le loro carni scheggiate.

L'Augusta Nonna predilesse il regale Nipo­te e ne seguì i primi passi ed i primi studi con la trepidazione e le speranze di una se­conda genitrice più anziana, antivedendo le ore durissime e la via difficile che il nuovo Umberto avrebbe percorsa con la sicurezza stessa dei già trascorsi destini.

 

3

Il severo comandante Attilio Bonaldi venne preposto alla educazione del Principe Eredi­tario. Commisurando aristocrazia dei modi alla più rigida disciplina, il dotto Ammiraglio preparò austeramente il giovane discepolo, sviluppandone il sapere, fortificandone il brac­cio, mentre il cuore, spontaneamente s'apriva ai più nobili sentimenti: innanzitutto la bontà, che è la massima parte delle virtù.

Gli studi ginnasiali si svolsero fra l'agosto del 1914 ed il novembre del 1918, a Roma durante il periodo invernale al castello di Racconigi e a San Rossore durante il periodo autunnale.

L'Europa era in guerra, la più sentita delle guerre per l’Italia.

Fra una lezione e l'altea, l'Allievo giova­nissimo apprendeva i nomi delle nuove glorie nostrane: Montenero, Monte Grappa, la Bain-sizza, Gorizia... Il Genitore, in Peschiera, pre­senti i valorosi Alleati (riferimento che ci stringe il cuore in una gioia resa dolorosa dalle tristi pagine di uno ieri recentissimo) opponeva alla momentanea debolezza di Caporetto la cer­tezza della resistenza sul Piave... Vittorio Ve­neto folgorò nei giorni stessi in cui Umberto di Savoia dava gli esami di licenza ginnasiale. «Leggendo i saggi del Principe, ascoltandolo nelle prove orali, avrei voluto possibile l’im­possibile: che fossero con me tutti gli alunni». Così dichiarava il Presidente della Commis­sione per le prove finali.

Dopo lo studio, la passione sportiva: ecco il Principe fra i Giovani Esploratori, all'aria aperta, sui fianchi delle montagne, nei boschi, lungo le rupi alpestri. Era allora un fondo ve­ramente educativo ed umano nella più libera e più affiatata accolta dei migliori virgulti della nazione. Non forzati esercizi o parate assurde data l'età, ma riunioni spontaneamente entu­siaste per una sana preparazione alla vita.

I devoti valligiani piemontesi che da Sant’Anna di Valdieri alle Terme omonime, al Pian del Re, al Pian del Valasco, scorgono durante l'estate l'alta e bella figura di S. M. la Regina Elena al fianco del giovane Figlio — il quale già quasi la supera nella statura fisica — ne notano la fierezza e la gioia intima. Dal sangue materno è venuta all' Erede al trono una linfa preziosa: quella d'una antica razza di guerrieri, regnante su un popolo forte, coraggioso, indipendente, del quale i patrioti comandati da Tito confermano oggi luminosa­mente le qualità tradizionali. (Di buon auspicio per i futuri e duraturi accordi di pace fra gli Italiani e gli Slavi è che nelle vene dell'attuale Luogotenente Generale scorra, insieme con il sangue dei Savoia, anche quello della Famiglia Reale del Montenegro).

Gli studi liceali furono compiuti dal Prin­cipe di Piemonte fra il 1918 ed il 1921, mentre per l'esercizio delle armi Egli si. recava al Collegio Militare di Roma di cui ha con­servato e conserva un ricordo graditissimo.

Tema prescelto per la licenza liceale «Quanto più, viaggiando, direttamente si conoscono i doni prodighi, che natura fece all' Italia e quelli che l'arte aggiunse, tanto più ci si sente orgogliosi del bel paese in cui abbiamo avuto i natali». Felice il tema, altrettale lo svolgimento, salutato dall'alta lode degli esaminatori e dall'ambito compiacimento degli Augusti Genitori.