Arrivo a Lisbona

 

 

Se grande era stata la mia emozione a mano a mano che la macchina mi portava verso Cintra, essa raggiunse il culmine quando il generale Cassiani mi annunciò che S. M. mi stava aspettando e mi avrebbe visto tra poco.

Appena mi trovai solo con Umberto II notai che il suo stato spirituale e fisico erano ottimi.

Egli non volle trattenersi dall'esprimere la gioia che provava nel rivedere un italiano che veniva dall'Italia e gli dava notizie dell'Italia e degli Italiani.

Solo parlando col Re in esilio si può comprendere quanto grande sia la sua sofferenza. Ad un tratto, come io gli accennavo alle varie iniziative che si andavano prendendo in Italia per la sua ricostruzione, egli mostrandosi soddisfatto e visibilmente commosso, così mi interruppe:

- Lei non può intendere come e quanto si soffra nel non potersi dedicare alla ricostruzione del proprio paese.

Mi parlò poi dei telegrammi, delle numerose lettere che continuamente gli giungono dall'Italia da parte di persone note ed ignote, mi espresse i sentimenti ch'egli prova specie quando si trova dinanzi alle testimonianze del semplice popolo lavoratore; e questo discorso ci portò a parlare del « referendum ».

Io dissi come l'esito del referendum, che, stando ai dati ufficiali, ha dato appena il 5 1 per cento a favore della repubblica, non abbia soddisfatto né vinti né vincitori, e quindi precisai come in Italia tutti i monarchici siano convintissimi d'aver dovuto soggiacere, per carità di patria, a una delle più grandi truffe elettorali che la storia ricordi.

A queste critiche S. M. rispose:

- Non si può tacere che durante il periodo di tempo che precedette il referendum il popolo italiano fu letteralmente travolto da una continua propaganda antimonarchica decisamente contraria agli impegni e al patto di quella che sarebbe dovuta essere « una tregua istituzionale ». Proprio per questi motivi non è da meravigliarsi che gran parte del popolo, trascinato in buona fede da questa propaganda, abbia potuto votare per la repubblica. Ma, oltre tutto, non si può dimenticare il numero rilevante di quegli Italiani che non potettero votare per molteplici motivi: o perche prigionieri, o perché internati civili, o perché essendo reduci o sfollati non avevano ripreso la residenza abituale e quindi non si trovavano in possesso del certificato elettorale. A questi Italiani vanno aggiunti coloro che più soffrono: quelli della Venezia Giulia, dell'Alto Adige e della provincia di Udine. E' chiaro che la percentuale espressa da questi Italiani è maggiore di, quell'uno per cento in più che i repubblicani hanno vantato come loro vittoria; ed è anche chiaro che il voto di questi esclusi e di questi assenti avrebbe potuto far variare l'esito del referendum del 2 giugno.

Quando cominciammo a parlare dell'attuale situazione italiana e dunque degli scioperi, delle lotte intestine, della faziosità che vi regna, Umberto II si mostrò vivamente preoccupato e pur non nascondendo il suo rammarico, concluse:

- Tuttavia, io sono certo che l'Italia si riprenderà. Spesso le sciagure nazionali servono a rivelare i popoli a se stessi, a metterne in luce i difetti capitali, a cementarli nella sofferenza e nel dolore. Il nostro, non per detto retorico, ma per viva realtà, è i i popolo dalle mille vite; esso ha risorse inaspettate; quando sembra definitivamente piegato, avvilito e disorientato, improvvisamente risorge e si riprende. Io nutro molta fiducia nella ripresa degli Italiani, se i loro esponenti saranno degni della volontà e del desiderio di rinascita che animano il popolo.

A questo punto io osservai che le divisioni e la faziosità di cui il paese soffre son dovute non alle masse, ma a pochi uomini i quali, per interessi personali o di partito, trascurano le necessità del popolo e del paese.

- Certo, soggiunse Umberto quasi fissasse remote lontananze, se in quest'ora il popolo italiano potesse esprimere il suo vero desiderio, esso sarebbe racchiuso in due semplici parole « pace e lavoro ». E tale desiderio lo già rilevavo, durante il mio difficile compito, dalle testimonianze dei popolani e degli operai che venivano a trovarmi al Quirinale.

Poi, quasi illuminato da una fiamma interiore, Egli aggiunse:

- Sono sicuro che gli italiani saranno degni delle loro tradizioni e, spero che, tra breve, pur fra tante avversità, la loro volontà di ricostruzione prevarrà su tutto, ed essi si troveranno all'avanguardia tra i popoli europei.

Io parlai allora dello stato d'animo dei monarchici in Italia, dei partiti e dell'associazione nei quali militano, ed Egli mi disse :

- E' necessario che i monarchici,pur mantenendo vivo nel cuore il proprio ideale, abbiano presente sempre, innanzi tutto e sopra tutto, l'Italia, il bene supremo e i supremi interessi della Patria.

Mai come in questo drammatico periodo della sua storia il nostro paese ha avuto bisogno di pace all'interno e dunque di concordia d'animi, d'unità di sforzi. Bisogna che i monarchici sentano fortemente questo dovere verso l'Italia, pur restando uniti come una famiglia e mantenendo vivo il proprio ideale.

Io chiesi allora all'Augusto ospite quale sarebbe stato il suo atteggiamento un giorno se il popolo italiano avesse dovuto invocare e decidere democraticamente il ritorno della monarchia.

S. M. mi fissò negli occhi e con voce ferma disse:

- Lei sa che prima del due giugno, nel messaggio al popolo italiano io presi formale impegno che se la Monarchia fosse risultata vincitrice nel referendum con una bassa percentuale, avremmo ripetuto dopo un anno il referendum stesso; e questo perché non è possibile che una forma istituzionale basi il suo consenso su di una percentuale di voti quasi irrilevante.

La mia vita è sempre stata al servizio della nazione e del popolo. E' chiaro quindi che oggi come ieri io sia animato da un solo desiderio: servire il mio paese. Se il popolo italiano - com'esito di un nuovo referendum - dovesse chiedere il ritorno della Monarchia, io m'inchinerei alla sua volontà e obbedirei. Obbedirei per essere il Primo Servitore della nazione, in un nuovo patto di giustizia politica e sociale, tra Re e Popolo.

Tre giorni fui a Cintra e per tre giorni le parole del Re non furono per me che un viatico spirituale. La grandezza dei suoi sentimenti, la riflessività delle sue considerazioni, la umanità del suo pensiero mi confermavano quanto grave danno per l'Italia sia stato il suo immeritato allontanamento.

Umberto sarebbe stato sicuramente il Re popolare, il Re democratico, il più perfetto servitore dell'Italia.

E quando l'aereo spiccatosi dalla liberale repubblica portoghese, che tre re esuli ospita nel suo territorio, mi portava verso la mia patria lontana, mi accorsi di aver lasciato parte del mio cuore e dell'animo mio dietro quella Sierra che accoglie per ora i nostri sovrani in esilio.

Gli Italiani hanno aperto gli occhi: gli italiani hanno oggi compreso quale monarchia hanno per ora perduto e quale repubblica hanno, invece, provvisoriamente acquistata.