Intervista di Giovanni Artieri 1959

“Lo svolgimento degli avvenimenti”, dice Umberto II, “ avrebbe suggerito le riforme".

La carta costituzionale dello Stato sarebbe rimasta lo Statuto Albertino?

"Certamente: lo Statuto, essendo una costituzione suscettibile di adattamenti ai tempi, avrebbe consentito e accolto le riforme prevedibili. La Camera dei Deputati che veniva eletta ai tempi di Carlo Alberto e Di Vittorio Emanuele II non era certo la camera dei Deputati ( né per composizione, né per sistema elettorale ) eletta ai tempi di Giolitti o di Nitti. Nulla, quindi avrebbe vietato di porre a base del mio Regno lo Statuto Albertino. Non lo fu, forse, durante i due anni dal 1944 al 1946? Ma nulla avrebbe impedito di effettuare le riforme necessarie. Prevedevo, infatti, una Corte Costituzionale, una riforma del Senato. Anche altre riforme, che adesso in Italia non sembrano realizzabili per difficoltà locali sarebbero diventate, bel Regno, possibili e funzionali. Pensi all’ordinamento regionale. Una diversa e più sentita forza unitaria, coesiva e coerente, avrebbe permesso al cittadino della Val d’Aosta di sentirsi valdostano  e italiano, per il fatto molto antico e molto semplice, di poter considerare valdostano anche il Re. Pensi ai siciliani, cittadini di una Regione, il cui re, perciò stesso, sarebbe stato tradizionalmente siciliano almeno quanto ognuno di loro. Chi e’ più romano o piemontese , toscano o napoletano o sardo, di un Re d’Italia? Quale senso avrebbe l’unità del nostro paese , il processo dell’unificazione, così lungo e drammatico, e della costituzione in Nazione, se alla fine tante e così diverse Regioni e popolazioni non avessero trovato un comune denominatore? L’ordinamento regionale “, dice il Re, “così difficile e pericoloso, oggi, fu uno dei miei pensieri durante la Luogotenenza. Consideravo i vantaggi economici delle popolazioni e i pericoli di allentamento nei vincoli con lo Stato, che esso comporta. Si vede, adesso, nei vari fenomeni più o meno accentuati di separatismi, di indipendentismi, di isolazionismi locali”.

Aggiungo a quanto dice il Re:

Ai fenomeni accennati bisogna cumulare le divergenze di vedute e di interpretazione sulle prerogative delle alte cariche dello Stato. Tutto questo per la in opinabilità di alcuni passi della costituzione repubblicana o per i tentativi, attraverso arbitrii apertamente denunciati dalla stampa e da autorevoli voci, come quella di Don Luigi Sturzo, di modificare a favore di questo o di quell’istituto la lettura della costituzione.

Il Re Umberto poi aggiunge:

"Certamente avrei provveduto alla revisione delle leggi eccezionali, e poi alla loro abolizione, cercando di applicare anche agli effetti economici il principio del condono e della restaurazione dei diritti acquisiti. Avremmo cercato di affrontare subito i problemi connessi col trattato di pace e col reinserimento dell’Italia nelle grandi assise politiche internazionali, cercando e potendo facilitare soluzioni generali di interesse comune. Per esempio non avremmo contribuito a far cadere la CED, in altre parole la comunità difensiva europea, potendo considerare con diverso animo, in nome e per conto dell’Italia, il problema del trasferimento di una parte della Sovranità dello Stato”.

A questo punto il Re tace un istante, sorride sottilmente, dice:

Stiamo facendo delle ipotesi. Concediamoci di farne ancora. Così posso dirle  che il nuovo Regno avrebbe seguito gli svolgimenti dell’economia, che modifica in  tutto o in parte il corso delle cose politiche. Pensi ai problemi sollevati in Italia dal trovamento del petrolio, dalle altre industrie di nuovo tipo, dall’aggiornamento degli impianti e dall’incremento della produttività. Anche il recupero dei contatti con gli italiani all’estero occupò durante la Luogotenenza la mia attenzione. Si poteva fare ben poco arroventato degli interessi politici immediati. Ma mi ripromettevo di stabilire, anche mediante nuovi espedienti amministrativi, una comunicazione continua e costante con gli italiani sparsi nel mondo, L’evoluzione della civiltà ha dissolto o trasformato i grandi imperi coloniali. Anche quello di Etiopia , andato perduto per la guerra, si sarebbe trovato coinvolto nelle lotte tragiche ed accanite di cui siamo oggi testimoni. La sola vera, grande influenza italiana oltremare era, ed è, costituita dai milioni di nostri immigrati ai quali, anche adesso, va il mio pensiero per ciò che essi, variamente, fanno per il buono nome dell’Italia. Ma ripeto, nonostante le mie buone intenzioni, nei due anni di luogotenenza il problema è rimasto insoluto. Né adesso, anche per le nuove difficoltà e scarsità di mezzi, si è fatto molto; bisognerebbe non dimenticare questa notevole forza del nostro Paese."

 

Giovanni Artieri - "Il Re" - Edizioni del Borghese, 1959