Umberto padre felice parla della figlia che va sposa

Intervista a S.M. il Re di Flora Antonioni

 

Perché Maria José è in Svizzera 

Gli studi di Vittorio Emanuele

 

A bordo dell' Agamennon

Si interrompe e mi guarda con una punta di amarezza. «Che importa - soggiunge - che Alessandro sia jugoslavo? Lei conosce la storia del monaco, il monachetto e l'asinello che, per quanto facessero, non riuscivano mai ad accontentare tutti? Se Alessandro fosse stato inglese, spagnolo o tedesco o magari italiano, qualcuno avrebbe sempre trovato da ridire. Secondo me, l'importante è che si amino sul serio e che siano felici insieme. Sarà anzi opportuno chiarire che non è affatto vero che mia figlia si sia innamorata di Alessandro a prima vista. Questo non risponde al temperamento di Maria Pia. C'è, infatti, da tener presente che, prima della crociera in Grecia Maria Pia e Alessandro si erano incontrati in Inghilterra e a Merlinge e che da anni sapevano molte cose l'una dell'altro. Si può quindi parlare, se mai, di un “colpo di fulmine" con ponderazione. S'intende - chiarisce Umberto, - che le cose sono state agevolate dal fatto che il principe Paolo e la principessa Olga, genitori dello sposo, sono cari amici di vecchia data. Perciò, quando a bordo dell'Agamennon mia moglie ed io ci accorgemmo che fra Maria Pia e il principe Alessandro c'era, come si suol dire, del tenero, ce ne rallegrammo. Devo anche aggiungere che la loro reciproca simpatia era così evidente che a bordo non c'era nessuno che non ci scherzasse amabilmente sopra, dicendo: “Quel due là si sposeranno presto”».

 Con un tocco di sorridente malizia, Umberto trova poi il modo di aggiungere: «Credo che mio nipote Enrico D'Assia, con la sensibilità che lo distingue in ogni cosa, fosse il primo ad accorgersi del nascente idillio e immagino che non sia del tutto estraneo alle famose coincidenze dei bigliettini estratti a sorte, per cui, non si sa come, Maria Pia ed Alessandro riuscivano sempre a trovarsi abbinati nel sorteggio dei posti. Cose da giovani, si capisce, piccole felicità che non tornano più». L'accenno al principe Enrico d'Assia, ne richiama istintivamente un altro: il nome del principe Maurizio, suo fratello, si inserisce così spontaneamente nel discorso. E' Umberto stesso che ne parla: «Ha visto Maurizio a Montpellier l'altro giorno? Grazie, a Dio, il passaporto gli è stato restituito con tutti gli onori la sera prima della partenza. Che pena per lui, povero ragazzo. Ne ho molto sofferto, anche perché conosco troppo intimamente mio nipote per poter dubitare un istante solo di lui. Mi sono augurato che mia sorella Mafalda, dopo aver tanto sofferto sulla terra, non vedesse dal cielo il dolore di suo figlio...».

 Questa breve parentesi, piena di umana e comprensibile tristezza, è subito chiusa. «Dicevamo di Maria Pia - continua Umberto di Savoia. - Quando arrivammo ad Atene, la richiesta ufficiale ci trovò molto meno impreparati di quanto mia figlia, nella sua beata ingenuità, non supponesse. Era una gioia vederla così raggiante di felicità, pareva che tutto ciò che c'era in lei di bello e di gentile fosse sbocciato all'improvviso».

 Di questa sua figliola primogenita che gli somiglia tanto fisicamente e spiritualmente, Umberto di Savoia è molto fiero. Ne parla con una tenerezza aperta e distesa, con un intimo orgoglio.

 

Lieta coincidenza

 

«Non so perchè - dice le fotografie la alterino tanto. Lei che la conosce dal vero, può dire com'è diversa, com'è più aggraziata, sottile di vita e naturalmente elegante». C'è perfino un accento di ingenuità quando commenta: «Certo se Maria Pia avesse gusti meno semplici e discreti, se volesse vestire in modo, diciamo, più eccentrico, sarebbe...». Non finisce il suo pensiero, che appare del resto evidentissimo. Il riserbo ha preso ora il posto dell'orgoglio paterno, ma la sfumatura di dolcezza che c'era nella sua voce non si spegne quando, riallacciandosi ai commenti sollevati da talune parti all'idea di un principe jugoslavo per marito di una principessa italiana, dice: «Del resto, la Jugoslavia è un grande Paese e nessuno più di me desidera che si rimetta in piedi. A questo proposito, ciò che mi ha molto lusingato è stato il fatto che centinaia di persone, dopo l'annuncio del fidanzamento ufficiale, hanno sentito il bisogno di telegrafarmi dalla Jugoslavia e da Trieste tornata italiana per dirmi che ravvisavano nella felice coincidenza della restituzione di Trieste alla Madre Patria e del fidanzamento di mia figlia con un principe jugoslavo, un benefico segno del destino. Altri ancora hanno ingenuamente supposto che ci fosse un legame tra le due cose ma di vero non c'è altro che questa lieta coincidenza di due avvenimenti, che, pur nella loro diversa portata, hanno avuto il potere di illuminare la mia vita di esule con gioie che da tempo non provavo. Di vero c'è anche l'unione spirituale di due sposi, entrambi esuli da due Paesi che sembrano avere trovato finalmente, grazie a Dio, la strada della distensione confermata dal ritorno di Trieste alla Patria. Anche per questo non posso che essere felice per la scelta fatta da mia figlia.

Gli chiedo ancora se, come     padre della sposa», abbia qualche piccola a indiscrezione da fornirmi. «Mi lasci pensare - risponde Umberto -, ma temo di avere ben poco da dirle. Ho    accompagnato mia figlia a Londra per molte ragioni e soprattutto per la visita di omaggio alla Regina Elisabetta di Inghilterra, che è stata molto, lieta di vederla e che le ha fatto le sue più vive felicitazioni. Poi  Maria Pia si è intrattenuta qualche giorno con i futuri suoceri, è stata con il fidanzato e con mia moglie a cercare l'appartamento   dove risiederà provvisoriamente a Londra, prima di stabilirsi a Parigi.

Osservo che Umberto di Savoia non trascura occasione per inserire nel contesto del discorso un richiamo a Maria José, allo stesso

modo che - mi dicono persone a lui vicine - non trascura   occasione per rammentarsi di lei in qualche modo, dovunque vada; per dire a chi gli è più vicino:

«Di questa cosa voglio parlare con mia moglie». «Di quest'altra abbiamo, già discusso, insieme » e ber portarle doni spesso ingenui e gentili, che vanno dalle piantine grasse che lei predilige, ai profumi, dai libri    a lei graditi ai ninnoli cari ad ogni donna. «Vede -    mi spiega con la sua calma, voce sempre uguale -, si è voluto vedere chissà quale mistero nella mia forzata lontananza da mia moglie e di conseguenza da mio figlio; ma, come quasi sempre accade, nessuno ha pensato che la realtà fosse molto     più semplice di ogni fantasia.

Il Portogallo, dove pure ci eravamo stabiliti tutti insieme nei primi tempi, non conveniva alle condizioni di salute di mia moglie. Poi c'era il problema di mio figlio: in Portogallo non esisteva e non esiste neppure oggi un ambiente adatto a quel genere di educazione che io desideravo dargli. La Svizzera si prestava magnificamente li risolvere entrambi i problemi. Si tenga presente che a me non è stato concesso di risiedere in permanenza in territorio elvetico, anche se nessuno ha posto mai limiti ai miei soggiorni saltuari nel territorio della Confederazione. Sono io che non intendo abusare dell'ospitalità altrui per ovvie ragioni».

 

I registri delle firme

 

A questo punto la sua voce si incrina. « Mi si sarebbe potuto dire - continua Umberto -: ma che cosa vuole da noi questo re in esilio? Tuttavia quest'anno ho trascorso in Svizzera, con i miei familiari, molto più tempo che non in Portogallo. Ma si può immaginare un uomo, un esule per di più, che rinuncia volontariamente alla gioia di vivere in famiglia, di veder crescere il proprio figlio?».

E' un attimo solo, una di quelle fugaci aperture di orizzonte in un'anima avvezza al più duro controllo di sé. A proposito del principe Vittorio Emanuele chiedo che cosa ne pensa della sua iscrizione nei registri di leva. La risposta è molto semplice: «Penso che, se lo chiameranno a, fare il suo dovere di soldato, mio figlio sarà ben felice di andare. Ma quel brav'uomo che l'ha iscritto nel registri di leva del distretto di Napoli non deve essersi reso conto dell'assurdità di chiamare alle armi un cittadino italiano che è stato esiliato. Comunque. dovranno ancora passare altri tre anzi prima che se ne riparli: mio figlio ha diciotto anni appena... ». Lo dice come se temesse di trovarsi d'un tratto di fronte il suo figliolo già uomo, con un carico di tristezza troppo grande per lui. «Ed ora, quando la principessa Maria Pia sarà andata sposa, che cosa farà?» gli domando. «Rimarrò a Cascais, con le altre due mie figliole finché non avranno terminato gli studi. Certo Maria Pia mi mancherà molto, ma quando sono laggiù ho sempre tante cose da fare, tante cose a cui pensare. Ho i miei studi particolari da seguire, la corrispondenza sempre tanto numerosa da sbrigare che mi giunge dal Paese».

 «Non le è mai accaduto  - chiedo -, di vedere l'Italia dall'alto in questi anni? ». Il volto gli si illumina di commozione e di gioia: «Sì, l'ho vista dall'alto dell'aereo, andando in Grecia a raggiungere l'Agamemnon. Ho sorvolato a quota duemila la Liguria, la Toscana, il Lazio... Ho rivisto Roma in un limpido pomeriggio d'estate, ho visto il sole morire nel golfo di Napoli, e conoscendo l'Italia come la conosco io, distinguevo perfino i sassi!».

Dà una brusca virata al propri pensieri, come se l'evocare quella visione gli avesse comunicato un'emozione troppo intensa. «A Cascais - conclude - vengono sempre molti italiani a trovarmi. Quando sono assente, appongono la loro firma in un registro. Ho scaffali pieni di quei registri». Con un sorriso tronca quest'ultima annotazione in cui si mescolano in parti uguali amarezza e dolcezza. Ed è come se dicesse che è difficile cosa adattarsi a un regno chiuso soltanto in una serie sempre più lunga di registri.